Attàcche u ciucce addo dice u padròne
(lega l'asino dove dice il padrone)
Questo modo di dire lo ripeteva spesso la mia mamma Elvira, mi sembra ancora di sentirla.
L'asina Ortensia di Emilio e Tulica ( Ristorante Monte Guardia) all'isola di Ponza
Attàcche u ciucce addo dice u padròne
(lega l'asino dove dice il padrone)
Questo modo di dire lo ripeteva spesso la mia mamma Elvira, mi sembra ancora di sentirla.
Damme primme e damme uòsse
(Dammi prima e dammi osso)
Lo dice chi ha valutato la situazione e corre il rischio di rimanere all'asciutto. Si accontenta del poco certo e non dell'osso incerto.
(Tratto dal libro di Ernesto Prudente "A Pànje - i proverbi di Ponza -)
Ponza di tanti anni fa
(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)
Decètte a vècchie:
scapulàte màrze, i càmpe n'at ànne
(Disse la vecchia:
superato marzo, vivrò un altro anno. Perchè passato il freddo seguirà il tempo bello)
Il dialetto ponzese anche attraverso i proverbi e i modi di dire è il linguaggio dei nostri antenati. Purtroppo sta scomparendo anche se basta, a volte, una parola per farci tornare indietro nel tempo.
Isola di Ponza, foto di Rossano Di Loreto, marzo 2026
Isola di Ponza foto di Annalisa Sogliuzzo, marzo 2026
Ogni tanto riemergono dai miei ricordi delle parole che avevo quasi dimenticato. Parole che mi riportano indietro nel tempo, alla mia isola, Ponza, al nostro dialetto ponzese.
Questa parola, scialapòpele, mi fa ricordare mio padre Ciro che spesso la ripeteva.
Scialapòpele significa spendaccione - persona altruista che consente con elargizioni la compartecipazione ad altri alla propria gioia (Da "ALFAZETA - voci del dialetto ponziano" di Ernesto Prudente)
Un pò dell'isola di Ponza di un tempo
Poco tempo fa in una trasmissione televisiva dedicata al Cilento, zona in cui si parla il dialetto campano, è spuntata la parola artèteche.
Questa parola mi ha incuriosita e mi sono messa a cercarla nel libro di Ernesto Prudente "ALFAZETA - voci del dialetto ponziano" e l'ho trovata.
Artèteche nel dialetto ponzese significa vivacità, irrequietezza, smaniosità, instabilità, argento vivo, caratteristiche dei ragazzini.
" Gesù stu uaglione tene artèteche" era la frase che parlando di me, si diceva a mia madre, così scrive Ernesto Prudente.
Probabilmente u uaglione (il ragazzo) Ernesto era molto vivace, aveva l'argiento vivo ncuollo (l'argento vivo addosso).
Il piccolo Ernesto Prudente a destra, con Giannino Conte, 1941, in divisa da collegiale
Nel dialetto ponzese i chiapparièlli sono i capperi.
Una volta in quasi tutte le case si usavano le scope di "strùglie" per cui questa pianta aveva anche una sua utilità.
Le foglie, che sono delle lamine molto lunghe, venivano legate a mazzo e la parte superiore alla legatura veniva piegata nuovamente. Al centro della piegatura risultava un foro in cui veniva infilato il bastone.
Si facevano anche scope più piccole, "u scupille". Esse servivano per biancheggiare.
(Dal libro di Ernesto Prudente "A Spòrte d'u Tarallare")
Il nome scientifico di questa pianta è Ampelodesmos mauritanicus ma in dialetto ponzese viene chiamata oltre a strùglie anche scupàzzi e stràmma.
Intrecciate si potevano realizzare anche cordame (rièste) e selle per asini (vàrde).
Ogni tanto mi vengono in mente delle parole in dialetto ponzese un pò desuete ed è un vero peccato perderle.
Come "scerettùre"
Il significato di questa parola vuol dire che è giunta sull'isola aria fresca, secca, ad esempio quando arriva il vento di maestrale.
I contadini approfittano per travasare il vino nelle botti.
Si imbiancano le case così asciugano presto.
Nelle foto di Rossano Di Loreto l'isola di Ponza, marzo 2025
Che sia un Natale di pace e di speranza.
BUON NATALE!!!
Una canzone in dialetto ponzese che mi riporta all'infanzia.
E' dedicata a Gesù Bambino (Ninne belle peccerìlle )
Ninne belle peccerìlle
mariuncèlle arrobbacòre
vuò u mìe e teccatille
vuò u mìe e teccatille
nùn me stà chiù a nquietà
E ninnù bèlle e nìnnù d'ammòre
sùle a tè vòglie amà...
Ninno bello, piccolino
Ninno bello, piccolino
ladruncolo rubacuori.
Vuoi il mio , eccotelo
vuoi il mio, eccotelo.
Non mi inquietare più.
E ninno bello e ninno d'amore
solo te voglio amare...
Nel dialetto ponzese la tartaruga viene chiamata cestunje.
Come ci racconta Ernesto Prudente quando i bastimenti ponzesi facevano la spola con la Sardegna era facile vederla a pelo d'acqua. Oggi è una rarità.
Spesso sulle spiagge dei litorali vanno a deporre le uova, anche all'isola di Ventotene, ma chissà se a Ponza hanno mai nidificato.
Tartarughe negli acquerelli di Silverio Mazzella
Il riccio di mare nel dialetto ponzese viene chiamato "ngìne" e, un tempo, a Ponza ce n'erano tanti.
Oggi nei nostri mari sono in via d'estinzione quindi cerchiamo di non raccoglierli.
Sono buoni da mangiare, infatti con le uova di ricci si possono condire gli spaghetti, ma se ne trovano sempre meno.
I ricci vengono chiamati anche "muleniièlle" e sono una dannazione per i pescatori perchè si impigliano nelle reti.
Il riccio di mare (Foto tratta dal blog "ISOLATA A VENTOTENE")
Ho trovato questa Natività, tanti anni fa, in un mercatino ad Anzio. La ragazza che la vendeva mi disse che le conchiglie di Pinna nobilis le aveva trovate in un baule di suo nonno.
Un tempo nei nostri mari se ne trovavano tante, anche molto grandi, ma ora sono in via di estinzione, quindi è una specie protetta.
A Ponza viene chiamata, nel dialetto ponzese, lanapèrle o nacchèra.
La pinna nobilis vive tra le alghe e si ancora ai fondali marini con dei filamenti che produce da cui si ricava il bisso, la seta del mare.
In Sardegna Chiara Vigo realizza al suo telaio delle splendide creazioni con il bisso.
Si racconta che gli abiti di re Salomone fossero di bisso.
In dialetto ponzese a cònnole è la culla, il lettino per bambini, in legno, concavo e in bilico in modo che possa essere dondolato.
Ninna oh, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do...
Isola di Ponza, novembre 2022
A cònnole, peccato che non sia riuscita a trovare una culla antica ponzese
(Immagine reperita in rete)
Le lenticchie nel dialetto ponzese sono chiamate lummiccule anche se ormai sono pochi a coltivarle.
"Le lenticchie, come le fave, i piselli e le cicerchie, venivano raccolte a giugno. I legumi si facevano seccare in campagna fino a quando consentivano di essere trasportati senza che si "scucculiàssere", evitare cioè che durante il trasporto, in enormi fasci, i semi si staccassero dagli steli perchè troppo secchi. Questi fasci di legumi, una volta a casa, venivano sparsi nei cortili o sui tetti, al sole, perchè appassissero completamente. Quando erano pronti venivano stesi sull'aia e si procedeva all'operazione di battitura. L'attrezzo usato era "u muille". Consisteva in due bastoni, uno lungo all'incirca due metri e l'altro un metro..."
"...Le piante venivano continuamente rigirate in modo che la battitura facesse uscire i semi da tutti i baccelli..."
"...Sull'aia restavano i legumi mischiati alla "puche" (loppa) che venivano messi in piccole vasche di metallo (bagnarole) in attesa della ventilatura. La ventilatura serviva a liberare i legumi dalla pula. Essa in genere avveniva nel pomeriggio quando si alzava il maestrale..."
(Tratto da "A Spòrte d'u Tarallare" di Ernesto Prudente)
A lentèsca così viene chiamato nel dialetto ponzese il lentisco. La pistacia lentiscus è una pianta della macchia mediterranea, ha un forte odore di resina ed è presente nell'Arcipelago Ponziano.
Il Tricoli nella sua Monografia dell'Ottocento scrive che la lentèsca era usata come farmaco per curare la "verminazione".
Il lentisco (Immagini reperite in rete)
L'erve i San Giuvanne (erba di San Giovanni) così viene chiamato nel dialetto ponzese l'iperico che possiamo trovare anche a Ponza e Palmarola.
Si dice erba di San Giovanni perchè fiorisce proprio intorno al 24 giugno, giorno in cui si festeggia il Santo.
E' una pianta officinale perenne semisempreverde appartenente alla famiglia delle Hypericaceae. Utilizzato nella medicina tradizionale per via delle sue proprietà fitoterapeutiche, in particolare quelle antidepressive e antivirali.
L'iperico era conosciuto e utilizzato sin dai tempi dell'antica Grecia: Dioscoride (medico greco vissuto nel I sec. d.C.) nel suo De Materia Medica lo consigliava per scacciare dal corpo gli spiriti maligni, accennando quindi alla principale azione riconosciutagli cioè di riequilibrare l'umore. Prima di lui, già Ippocrate (IV sec. a. C.) prescriveva estratti di iperico per dare sollievo in caso di ittero, raffreddore, insonnia e isteria.
Veniva appeso a mazzetti sopra le immagini sacre per allontanare gli spiriti maligni.
Sciacque Ròse e viva Agnèse
(Sciàcqua Rosa e viva Agnese)
E' un modo di dire per indicare lo spreco, di chi ha dissipato un patrimonio
Ponza com'era un tempo