domenica 18 aprile 2021

Il trifoglio stellato

 Guardando le foto che Annalisa Sogliuzzo pubblica quotidianamente dall'isola di Ponza mi è apparso un fiore che non conoscevo. Ovviamente ho fatto qualche ricerca ed ho scoperto che si chiama Trifolium stellatum (trifoglio stellato) il cui calice è a forma di stella. In dialetto ponzese viene chiamato Patrìlle. 

E' una pianta che cresce in luoghi aridi e sassosi, anche ai bordi delle strade. Possiamo trovarla anche nell'Arcipelago Ponziano ed appartiene alle Leguminose.








Trifoglio stellato chiamato in dialetto ponzese "patrìlle". Sullo sfondo la splendida Chiaia di Luna
(Foto di Annalisa Sogliuzzo, aprile 2021)

venerdì 16 aprile 2021

Il nostro San Silverio

 Noi ponzesi amiamo il nostro San Silverio, guardando la statua del Santo è come se guardassimo nostro padre. Dobbiamo conservarla con amore.

Questo episodio che sto per raccontare è giunto a noi grazie alla testimonianza di alcuni confinati presenti sull'isola. 

Verso la metà degli anni '30, il 20 giugno, scoppiò un incendio in chiesa forse provocato dai ceri accesi. La statua di San Silverio rischiò di essere danneggiata seriamente dal fuoco. Bruciarono le banconote di dollari donate dai fedeli giunti dagli Stati Uniti che erano ancora attaccate alla statua dopo la processione.

Ma abbiamo anche la testimonianza di Walter Audisio che così scrive: "...Povero S.Silverio! Lo vidi all'indomani, nudo come un verme, affumicato e bruciacchiato, nello studiolo che il compagno Giorgi, aveva allestito in una stanzetta al "prato della miseria". Era con lui il compagno Callegari di Milano, fine stuccatore, dediti entrambi a ripristinare le soavi fattezze del vecchio Santo barbuto e a far sparire le tracce che il fuoco pareva aver lasciato sulla sua corruscata fronte"



San Silverio veniva portato in processione su  un trono. Accanto al marinaio, con la camicia bianca c'è nonno Peppino Iacono.



La statua di San Silverio, giugno 2020

(Foto di Giovanni Pacifico)


mercoledì 14 aprile 2021

Uastaccètte

 Ci descrive questa pianta il grande Ernesto Prudente che ci ha lasciato un patrimonio inestimabile sulla storia, sulle tradizioni, sul dialetto delle nostre isole Ponziane.

Ecco cosa scrive in "ALFAZETA voci del dialetto ponziano":

" Uastaccètte - guastaccetta. Pianta della macchia mediterranea che non è diffusa dappertutto. Manca a Zannone. Appartiene al gruppo delle ginestre tanto che il suo nome scientifico è: "genista ephedroides". Il legno del tronco, che in alcuni luoghi si eleva oltre i quattro metri, è di una durezza inaudita. Lo si usava come sostegno delle viti. Ha una caratteristica, con gli incendi tutte le piante della flora isolana germogliano, entro brevissimo tempo, sulla vecchia radice. Il guastaccetta nasce invece dai semi che si erano sotterrati e la sua apparizione sul luogo dell'incendio avviene dopo un tempo di dodici - quindici mesi."

In dialetto ponzese i uastaccètte vengono chiamati anche vastaccètte.


Uastaccètte alla chiesetta della Civita






Al Bagno Vecchio




In lontananza i Faraglioni della Madonna


A Chiaia di Luna


In lontananza Capobianco

(Foto di Annalisa Sogliuzzo, aprile 2021)

domenica 11 aprile 2021

Un vecchio proverbio ponzese

 Abbrile a vècchje iardètte u varrile, pò facètte  vòtta - vòtte e jardètte pure a vòtte

(Aprile la vecchia bruciò il barile e poi, necessitando il fuoco, bruciò pure la botte)

Si dice quando la primavera tarda a far sentire il suo tepore e il freddo imperversa. La vecchia per crearsi un ambiente caldo, avendo consumato la sua scorta di legna, fu costretta a bruciare il barile e poi la botte.


(Dal libro di Ernesto Prudente "A Pànje - i proverbi di Ponza")



Isola di Ponza

(Foto di Rossano Di Loreto, aprile 2021)



Il barile



La botte

venerdì 9 aprile 2021

U ciùcce

 U ciùcce, così viene chiamato in dialetto ponzese l'asino. 

Un tempo ogni contadino ne aveva uno che veniva utilizzato per il trasporto di attrezzi e prodotti della campagna sui sentieri impervi dell'isola, soprattutto nelle zone rurali dei Conti e degli Scotti.

Mio nonno Salvatore Conte, contadino i còppe i Cuonte, aveva u ciùcce che soprattutto in periodo di vendemmia portava i cesti colmi d'uva nella cantina. Ricordo che durante una vendemmia giù i Faraglioni mi fu concesso dal nonno di salire sul dorso  del ciùcce. Quanti ricordi!!!

Un animale docile e utilissimo. Credo ne siano rimasti pochissimi.



L'asinello Giovannino con la mamma Ortensia

(Foto di Angela Mazzella)


Asinello ponzese

(Foto di Carlo Ponzi)




Asinello ponzese

(Foto di Rossano Di Loreto)


mercoledì 7 aprile 2021

L'avventura di Capitan Giuseppe e del suo equipaggio nell'Ottocento

fatti risalgono al 1855/56 e tramandati oralmente per cui alcuni particolari possono essersi distorti negli anni e nella memoria.

Il capitano Giuseppe Conte nato all'isola di Ponza nel 1826 aveva una discreta flottiglia di pescherecci che stanziavano principalmente tra Ponza, isole della Maddalena e Carloforte, in quei tempi Regno di Sardegna. Giuseppe con le sue barche fu obbligato a seguire le navi del Regno trasportanti le truppe al comando di La Marmora, i ponzesi trasportavano le salmerie e dovevano garantire con la pesca il pranzo ai soldati . Giuseppe con il suo Burchiello non partecipava direttamente alla pesca la coordinava e poi organizzava il trasporto agli accampamenti. Questa funzione lo teneva spesso lontano dalla piccola flottiglia di pescherecci. Un giorno mentre tra le truppe infuriava il colera, per evitare il contagio si allontanarono dalle navi del Regno, ma purtroppo furono assaliti dai turchi e fatti prigionieri. Il Burchiello fu fatto tirare in secco sulla spiaggia di una piccola isola dell'Egeo e l'equipaggio ponzese tratto in prigione sotto la custodia di un turco di lignaggio e di pochi soldati. L'isola era lontana da qualsiasi costa dell'Impero Ottomano per cui con il passare dei mesi furono dimenticati dal potere centrale. Dopo un paio di anni il capo dei carcerieri si ammalò di una grave infezione agli occhi che si iniettarono di sangue togliendogli quasi totalmente la vista. Capitan Giuseppe pensò di sfruttare la situazione, anche perché la guarnigione era molto misera, per cui andò dal Cadì offrendogli un medicamento di sua conoscenza e se fosse riuscito a guarirlo del suo male avrebbe ottenuto la liberazione. Il carceriere accettò ed esaudì la richiesta circa la fornitura di una grossa pentola e di alcuni chili di peperoncini piccanti ma di quelli forti. Riuniti i suoi marinai fece raccogliere dell'erba corallina, triturarono i peperoncini , riempirono la pentola delle loro urine. A questa unirono i peperoncini e l'erba corallina misero tutto al fuoco per molte ore finché l'intruglio si ridusse ad una poltiglia nauseabonda. La fecero raffreddare, la posero in un vasetto ed andarono dal loro carceriere, lo invitarono a spalmare sugli occhi l'unguento. Giuseppe sperava che il Cadì divenuto cieco completamente per effetto dell'intruglio non sarebbe stato più in grado di sorvegliare la spiaggia e quindi avrebbero potuto sopraffare i pochi carcerieri e fuggire. Il Cadì spalmò sugli occhi aperti l'intruglio e subito dopo proruppe in grida laceranti dando l'allarme gridando che lo avevano accecato, si tuffò in una vasca d'acqua cercando di togliersi l'impiastro dagli occhi. Dopo lunghi tentativi puliti per bene gli occhi le grida di dolore e allarme si tramutarono in grida di gioia e lode a Maometto. Gli occhi non avevano più traccia di sangue e lui ci vedeva benissimo. Mantenne la promessa fatta si recò dal Pascià ed ottenne la liberazioni di capitan Giuseppe e del suo equipaggio. Fece calafatare il Burchiello e prima di lasciarli partire regalò a Giuseppe un grandissimo scialle in seta marrone ed oro con una lunga frangia. Quello scialle esiste ancora ed è molto delicato, avrebbe bisogno di un restauro.




Imbarcazioni nel porto di Ponza

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)


La licenza per il comando di barche da pesca rilasciata a Giuseppe Conte nato a Ponza il 6 settembre 1826. E' stata rilasciata dal Ministero della Marina il 31 marzo 1865 per andare in alto mare e all'estero, Mediterraneo.


Le isole del Mar Egeo

Inviato da te Ieri alle ore 22


Inviato da Eduard

lunedì 5 aprile 2021

A rusulane

 Il cisto pianta della macchia mediterranea in dialetto ponzese viene chiamato rusulane. Ha i fiori bianchi molto delicati ed è comune nelle isole dell'arcipelago Ponziano.

Giunge una bellissima foto dall'isola di Ponza di questa pianta in fiore scattata da Annalisa Sogliuzzo



A rusulane ( il cisto)

(Foto di Annalisa Sogliuzzo, marzo 2021)

sabato 3 aprile 2021

BUONA PASQUA!!!

 La pandemia ancora non ci dà tregua ma noi dobbiamo guardare avanti, cercare di pensare che tutto questo presto finirà. 

Buona Pasqua!!!



Isola di Ponza, zona Parata, in lontananza i Faraglioni del Calzone Muto

(Estate 2020)

venerdì 2 aprile 2021

Un proverbio ponzese inerente ad una tradizione pasquale

 Glòrje sunamme e casatièlle mangiamme

(Mentre la campana suona a Gloria si mangia il casatièllo)

Il casatiello è il caratteristico dolce pasquale ponzese. Veniva preparato durante i giorni di Passione. Giorni in cui era proibito mangiarlo. Per poterlo fare si aspettavano i rintocchi delle campane che annunciavano la Risurrezione.

(Dal libro di Ernesto Prudente "Ancora proverbi di Ponza")



Le campane della chiesa dell'isola di Ponza



Casatièllo ponzese



Casatièlle appena sfornati presso Pizzeria Nautilus di D'Atri, isola di Ponza

martedì 30 marzo 2021

La pesca del corallo

 I ponzesi oltre alla pesca dell'aragosta e di altri pesci andavano a pescare anche il corallo. Era un lavoro durissimo, lontano dalle loro famiglie. 

Il grande Ernesto Prudente così racconta:

"Fino a qualche decennio fa a Ponza vi erano una quindicina di barche che si dedicavano alla pesca del corallo. Non trovandolo nei mari di Ponza che erano stati tutti perlustrati e spogliati, i nostri pescatori si spostarono in Sardegna e in altri luoghi, per una intera stagione di pesca  che durava all'incirca sei mesi. Il corallo veniva strappato dagli scogli con una particolare attrezzatura: u ngègne. Un congegno formato da due consistenti assi di quercia dalla lunghezza variabile  secondo quella della barca. I due assi erano inchiodati o bullonati a croce con al centro un rilevante peso di pietra o di catena per un maggiore appesantimento. Agli assi, per tutta la loro lunghezza, venivano legate, a fasci, delle reti sfilacciate a cui doveva impigliarsi il corallo. Il congegno, tenuto da un cavo, veniva posato sul fondo alla base dello scoglio che si voleva "lavorare". Dalla coperta, con un movimento di tira e molla, si portava l'attrezzo a strofinare lo scoglio e in questo salire e scendere le reti si impigliavano nel corallo e lo strappavano dalla parete dello scoglio su cui era nato e cresciuto.

Il lavoro di sfregamento durava diverse ore, poi il congegno veniva issato a bordo con l'aiuto di un verricello. Se la quantità e la qualità del pescato erano rilevanti, si cambiavano le reti e si rimetteva in acqua l'attrezzo per un nuovo turno di lavoro sempre sullo stesso scoglio mentre a bordo si provvedeva a sfilare i rami di corallo dalle reti e a deporli, secondo la consistenza e la grandezza, perchè differente era il prezzo di vendita, in casse diverse.

I bravi corallari mettendo una mano sul cavo teso che reggeva il congegno sapevano dire se su quello scoglio c'era o meno corallo. Il corallo veniva venduto a Ponza dove arrivavano, per l'esame del prodotto, i commercianti da Torre del Greco, la patria del corallo. Il marinaio veniva pagato quasi sempre a vendita avvenuta e così saldava i debiti contratti dalla famiglia con i commercianti alimentari.

Nei tempi passati il corallo ha rappresentato un rilevante fonte di guadagno per l'economia isolana. Tante case sono sorte con i proventi del corallo. La vita del corallaro, sei mesi lontano da casa, su un piccolo gozzo, era dura e miserevole tanto che cantavano questa canzonetta: "Volendo arricchire la mia casa/ pensai imbarco di coral torrese/ che tanto nobile e cortese/  che gli avrei fatto ancora le spese/  Alla Torre facemi il musso a riso/ in Alghero na coppola m'incasa/  in Barbaria diviene arrisa/ a pane ed acqua con vita canina/ al sole con molle e tira la sfarzina/ manco il cuoio ci ritorni a casa".

In tantissime case ponziane, specialmente in quelle di Le Forna, troviamo bene esposta e gelosamente custodita, na schiante i curalle. Essa è come un cielo stellato. Potrebbe insegnarci tante cose ma noi siamo disattenti."

Molti pescatori ponzesi, già nell'Ottocento, si spingevano a pescare alle secche Graham, al largo di Sciacca, in Sicilia, dove c'era un banco ricchissimo di corallo. Giunsero  nel luogo dove emerse, nel 1831, l'isola Ferdinandea insieme ai pescatori torresi. 

Anche lo storico ponzese dell'Ottocento Tricoli racconta di questi pescatori che andavano molto lontano per la pesca del corallo e del loro canto monotono.






Il corallo nelle profondità marine


"Na schiante i curalle" come scrive Ernesto

Una tartana corallina




Giunsero anche dove emerse per poco tempo l'isola Ferdinandea


L'isola Ferdinandea

(Immagini reperite in rete)


Ed ora un video sui pescatori di corallo in Sardegna del 1955 in cui si vede tutta la loro fatica che mi ha segnalato Claudio Romano



domenica 28 marzo 2021

Un articolo di giornale

 Qualche giorno fa su un giornale locale sardo è stato pubblicato un articolo che riguarda la mia famiglia, gli Iacono.

E' stato intervistato Lorenzo Iacono, figlio di mio cugino Ciro, che vive ad Arbatax, borgo marinaro della Sardegna orientale. Lui racconta che sono 5 generazioni di Iacono che vanno per mare. Suo nonno Silverio Iacono, fratello di mio padre Ciro, è giunto in Sardegna nel 1953 dopo aver navigato nei  mari di tutto il mondo. Nonno Peppino Iacono, padre di Silverio e Ciro, ha navigato con il cutter "Santuario di Pompei" ed altre imbarcazioni, andava in Sardegna, a Marsiglia. Anche il bisnonno Ciro Iacono navigava con il cutter "Santuario di Pompei" che aveva acquistato nel 1906.

Ma io credo che potremmo andare ancora più lontano... so che già nel 1778 i nostri antenati Iacono andavano per mare.

Quindi una vita per il mare...complimenti a Lorenzo che porta avanti questa tradizione anche se lontano da Ponza.




In questo articolo vediamo le foto di Lorenzo, suo padre Ciro, suo nonno Silverio ed il suo bisnonno Peppino.




Silverio Iacono, nonno di Lorenzo, e fratello di mio padre Ciro, nato  a Ponza nel 1922 in questo documento rilasciato nel 1939 per uso marittimo


Nonno Peppino Iacono, bisnonno di Lorenzo. 


Ciro Iacono, trisavolo di Lorenzo.

(Dall'album fotografico di famiglia)

venerdì 26 marzo 2021

Le Forna descritta da Mino Maccari nel 1929

 Mino Maccari, giornalista, in "Visita al Confino" descrive, nel 1929, anche l'altra parte dell'isola di Ponza, Le Forna.

Ecco cosa scrive:

"...Una strada inaugurata da poco conduce da Ponza per tutto l'isolotto, fino al villaggio delle Forna, dove ho visto, tuttora, alcune case trogloditiche. I dorsi delle colline, senza un albero, sono solcati da innumerevoli gradinate concentriche, che sorreggono filari di viti a fior di terra: mi fanno pensare alle "curve di livello" delle carte geografiche. Su questo fondo monotono e smorto, come su una tavolozza imbarcata, cantano festosamente, qua e là, le graziose casine dai vividi e sgargianti colori o candide da abbacinare la vista. Ognuna d'esse, in luogo del tetto, possiede la sua cupoletta che serve per raccogliere l'acqua piovana, di cui l'isola è sitibonda. Gli enormi, gesticolanti fichi d'India, dai tronchi nani e contorti, mettono una robusta nota di verde intenso, raccolgono un pò d'ombra, a contrasto di quelle tinte sfacciate e squillanti; e, intorno, il mare immenso, a perdita d'occhio, un silensio, una pace, che turbano e pesano; come se la vita si fosse fermata agli orizzonti. Il "senso dell'isola" incombe."












Cala Feola, una baia di Le Forna con le casette a cupola , i fichi d'India e il mare immenso

(Foto di Annalisa Sogliuzzo, marzo 2021)


martedì 23 marzo 2021

Un antico proverbio marinaro

 Quanne u mare fragne u marenare chiagne

(Quando il mare frange il marinaio piange)

Il ribollire del mare, dovuto all'azione che il vento imprime alla sua superficie, è la condizione negativa per poter esercitare l'attività di pesca. Il pescatore rimane senza lavoro e l'afflizione lo avvince.

( Da "Ancora proverbi di Ponza" di Ernesto Prudente)








Il ribollire del mare all'isola di Ponza

(Foto di Dimitri Scripnic, febbraio 2021)

sabato 20 marzo 2021

Per grazia ricevuta

 Durante la sua vita il ponzese quando si trova in difficoltà invoca il suo Santo protettore, San Silverio. Sono tante le storie che si tramandano, di grazie ricevute per intercessione di San Silverio. 

Dal libro di Monsignor Dies " Da Frosinone a Ponza..." ho tratto questi racconti:

"Gennaro Conte di Giovanni, capitano d'un veliero, venne a raccontarmi, dopo aver chiesto la Messa di ringraziamento a San Silverio, che in un fortunale nell'Adriatico, prima il motore, poi la vela e da ultimo il timone gli erano venuti meno. Tutti s'erano avviliti a bordo e si vedevano destinati a certa morte, quando egli corse a prua e, preso il quadro di S. Silverio, lo legò con una sagola e gettatolo da poppa, disse con fede: "Farai tu da motore, da vela e da timone". Scese la notte paurosa, ma l'indomani, all'alba, erano sani e salvi nel golfo di Squillace e, per giunta, l'immagine del Santo era lì attaccata al vetro.

Un ultimo episodio di questo genere è stato registrato l'anno scorso. Un povero pescatore, certo Silverio Tagliamonte fu Francesco, mi chiese la Santa Messa di ringraziamento che avessi pubblicata la grazia ottenuta da lui. Caduto in acqua durante una tempesta, affondava inesorabilmente, a causa dei pesanti stivali di gomma. Una voce: "San Silverio, salvalo!" Egli stesso aveva invocato S.Silverio con fede. In un attimo si sentì sfilare dai piedi i pesanti gambali e venne a galla, semivivo."

Questi episodi, credo, si siano verificati tra gli anni '40 e '50. Chissà quanti ce ne sono ancora...



L'immagine di San Silverio

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