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sabato 17 gennaio 2026

L' ammutinamento dei condannati di S. Stefano

Questo episodio è accaduto a novembre del 1943 nell'Ergastolo di Santo Stefano, Arcipelago Ponziano.

 "Da settembre a novembre la vita nelle due isole fu precaria e piena di incognite dolorose. Gli ergastolani insistevano in malo modo chiedendo la libertà.

Malauguratamente un Brigadiere degli Agenti di custodia uccise un detenuto, a S.Stefano.

Scoppiò la rivolta. Il bandito Pollastro, celebre fuorilegge ligure che parlando con me affermò un giorno di non sapere il numero di esseri umani che aveva ammazzato in vita sua; e Mariani, l'anarchico che gettò la bomba nel teatro Diana di Milano, al tempo del fascismo, si posero a capo degli insorti e, disarmati gli agenti, impadroniti dei depositi d'armi, munizioni e viveri, fecero prigionieri tutti i dirigenti. Chiusero in una stanza dell'appartamento del Direttore del carcere lui, il medico, l'ufficiale postale, con le rispettive famiglie e il cappellano e, distribuiti i gradi militari ai più animosi della truppa, pensarono di recarsi in rappresentanza a Ventotene per trattare l'evasione dei carcerati e il loro ritorno in continente. Pollastro che, al momento dell'insurrezione, per essersi gettato giù da un alto muro di cinta del carcere, s'era fratturata una gamba pur essendo il Generale, non potè capeggiare la legazione. Mandò il suo luogotenente-Generale, Mariani.

Era Sindaco di Ventotene D. Fortunato Verde, figlio del fu D. Giuseppe, anche lui già stato Sindaco di Ventotene per ben 40 anni.

Essendo il sindaco anche appaltatore di tutte le forniture viveri di S. Stefano, s'era recato un mattino di quel novembre 1943, accompagnato dal suo adolescente figlio Peppino, per le provvidenze quotidiane. Quando entrambi giunsero  alla sommità dell'approdo N. 4 - salita secondaria da scirocco - s'accorsero che due detenuti vestiti a nuovo e... armati di tutto punto, erano ad aspettarli.

Costoro rassicurarono i sopraggiunti che nessuno avrebbe fatto loro del male e li invitarono a venire presso il Comando Generale degli insorti per...ricevere ordini. D. Fortunato capì. Bisognava ottenere i motoscafi della P. S. di Marina che erano restati a Ventotene al comando del Brigadiere Russo. Quindi il sindaco - ostaggio dovè accompagnare il Luogotenente - Generale Mariani, fortemente armato, a parlamentare con la P. S. e a preparare la partenza dei detenuti.

Dopo varie peripezie e con tanta abilità, il Brigadiere Russo, d'accordo coi maggiorenti di paese, stabilì una vera mobilitazione civile di tutti gli uomini validi dell'isola per la difesa della popolazione in evidente pericolo, a causa degli insorti. Costoro avrebbero potuto piombare improvvisamente sul centro abitato e far del male agl'inermi. Disarmò quindi di sorpresa il Mariani e, avvertito il Comando Alleato residente a Ischia, mandò ambasciatori, a nome del Sindaco liberato, agl'insorti perchè s'arrendessero, issando bandiera bianca alla sommità del carcere. Se non volevano farlo, le navi alleate, che stavano per sopraggiungere, avrebbero cannoneggiato e distrutto l'Ergastolo, massacrando insorti e prigionieri.

Ci fu allora un episodio veramente patetico e risolutivo.

I Dirigenti erano rimasti asserragliati nell'appartamento del Direttore, come già detto. Non potevano nemmeno affacciarsi ad una finestra, pena la fucilazione. Non si sa come essi appresero l'intimazione della resa. Bisognava parlare agli insorti. Il Cappellano D. Aniello Conte da Ponza che tutta la vita sua sacerdotale aveva speso nell'assistenza amorosa e intelligente dei carcerati, creature le più povere e bisognose d'amore e di redenzione, si offrì allo scopo.

"Se mi uccidessero, disse ai suoi colleghi bloccati, che tentavano di dissuaderlo, non lascerei problemi insoluti per me. La mia lunga carriera di uomo di Dio e delle Galere finirebbe in bellezza". Sprezzante quindi d'ogni pericolo e anche perchè ogni indugio poteva essere fatale per tutti, s'affacciò al balcone centrale del Direttore e,  con la sua sagoma estenuata di annoso asceta, il suo unico braccio, il destro (giacchè era monco del suo sinistro) con la sua voce baritonale e bonaria nota a tutti, arringò gli armati roventi e con parole paterne, dolcissime, poche invero, giacchè poche ne occorrevano, fece notare che, come sempre li aveva amati, consigliati, difesi, istruiti (- era infatti l'unico maestro che insegnava a leggere e a scrivere a due terzi dei detenuti  analfabeti - e inoltre anche il censore della loro corrispondenza, che trovavasi poi sempre dalla parte di chi aveva torto...) li amava anche adesso, consigliandoli di tornare a fare i bravi ragazzi"..." Se poi ci tenete a massacrare tutti, finì, uccidete prima me, ma per amore delle creature innocenti, chiuse con noi adulti in questo appartamento ( alludeva ai figli dei Dirigenti), alzate la bandiera della pace". - Fu certamente una grazia di Dio se a parole di tanta bontà si sciolse il ghiaccio di quei poveri cuori irrigiditi e gli ergastolani di Santo Stefano, riportando nel deposito le armi, si riconsegnarono ai Custodi, usando la bandiera bianca. Erano salvi tutti. Poteva in simile congiuntura essere stata assente l'intercessione presso Dio di Santa Candida, Patrona? 

I Ventotenesi d'allora e quanti vi riflettono ancor oggi, rispondono di no.  

Ancora una volta Santa Candida li aveva salvati. Dopo tale incidente, oltre 100 detenuti, racconta sempre D. Fortunato, furono trasferiti, con un motoveliero ischitano, nel Carcere di Procida; Pollastro col Mariani furono smistati altrove"

(Tratto dal libro di Mons. Luigi M. Dies "L'isola di Ventotene un faro del Tirreno")

Nota:

Don Aniello Conte era lo zio di mia madre Elvira, il fratello di nonno Salvatore. Mia madre raccontava spesso di suo zio ed anche di questo episodio.





L'ergastolo di Santo Stefano

Don Aniello Conte

sabato 27 gennaio 2024

Un ponzese in campo di concentramento

 Questa storia è raccontata nel libro di Paolo Iannuccelli "Gente di Ponza". Non la conoscevo

Eccola:

"Il racconto di Luigi Pacifico, nato nel 1921, avviene nella sua bottega di ebanista, al porto di Ponza. Lì i Pacifico lavorano da quattro generazioni. Luigi è seduto su una sedia e guarda il figlio Giovanni tagliare il legno. 

"Lo Stato italiano non mi ha nemmeno voluto riconoscere la pensione di guerra - ci accoglie con questa frase -. Ho fatto domande, ho chiesto aiuto a tante persone ma non sono mai riuscito ad ottenerla. Ora sto sbrigando alcune pratiche per ottenere il risarcimento dai tedeschi" . Luigi, nel '41, si era imbarcato dal porto di Pola sul "Gorizia".

Pacifico fu catturato dai tedeschi a Spalato il 29 settembre del 1943. Fu portato subito nel campo di concentramento di Meppen, in Olanda. In quel posto rimase solo 10 giorni per essere poi trasferito nel campo di Rurgas, nelle vicinanze di Essen, in Germania.

"Vivevamo in baracche dove faceva caldo d'estate e tanto freddo d'inverno. Il lavoro durava 12 ore al giorno. Svolgevo mansioni di muratore o falegname, a seconda delle esigenze dei tedeschi. Ci pagavano con dei centesimi che potevano essere spesi solamente all'interno del campo. Potevamo comprare qualcosa da bere o da mangiare. Si lavorava sotto qualsiasi condizione atmosferica, pioggia o neve non contavano, dovevamo produrre per la Germania. Eravamo controllati a vista, spesso i manganelli facevano la loro apparizione".

Luigi Pacifico manteneva anche una corrispondenza co l'Italia, in particolare con il padre Salvatore. Un grande lavoro l'internato ponzese l'ha svolto all'interno dei bunker antiaerei creati dai tedeschi per difendersi dai bombardamenti degli alleati. 

" Abbiamo scavato tantissimi rifugi sotterranei, poi li abbiamo rivestiti di legno di pino. Tante ore di lavoro, anche quando la temperatura era -40 ed eravamo protetti solo da un cappotto. Tremavamo tutti ma sapevamo di non poterci ribellare. Dal punto di vista igienico eravamo molto controllati. I tedeschi facevano tutto per eliminare i pidocchi. Ogni tanto ci mandavano a raccogliere i cadaveri delle persone decedute in seguito ai bombardamenti, li prelevavamo e li portavamo in fosse comuni. In campo di concentramento, a Rurgas feci amicizia con un generale russo, preso prigioniero. Era un grande amico di Stalin, che ammirava come uomo di Stato e condottiero, non faceva che parlare bene del leader dell'Unione Sovietica. Non ho avuto più notizie di questo generale che aveva grande simpatia per me. Eravamo vicini di letto e ci scambiavamo grandi impressioni."

Nell'aprile del 1945 arrivarono gli americani, fummo liberati ma il rientro in patria fu ritardato. Luigi rimase in Germania altri nove mesi: "Gli americani mi offersero un posto di lavoro come guardiano alle autostrade: pochissimi soldi, solamente qualcosa da mangiare per passare meglio la giornata.  A fine '45 l'atteso ritorno a Ponza accolto da tutta la famiglia festante.

"Quando fui di nuovo a Ponza - dice Luigi - le mie condizioni di salute non erano brillanti. Fui colpito da una bronchite cronica. Il fisico era tutta una ferita. Feci immediatamente domanda per ottenere una pensione che ancora aspetto."

Nel dopoguerra la famiglia Pacifico ha mantenuto il laboratorio di ebanista, ma Luigi, prima di continuare il mestiere di papà Salvatore, si è imbarcato su navi mercantili che trasportavano dalla Nigeria, dal Senegal, dalla Costa d'Avorio del materiale sino a Marsiglia.

"Noi italiani importavamo del legno ed esportavamo cemento in Africa." 

Adesso Luigi non lavora più, passa la mattinata in casa, mentre il pomeriggio non può fare a meno di fare una capatina in falegnameria. E' sempre prodigo di consigli nei confronti del figlio Giovanni, un ragazzo che a Ponza conoscono tutti, l'unico ad avere il "patentino" per poter sparare fuochi d'artificio durante le tante feste patronali."

Oggi 27 gennaio Giornata della Memoria


Luigi Pacifico con il figlio Silverio in falegnameria


Luigi Pacifico su un'imbarcazione

mercoledì 12 luglio 2023

Don Aniello Conte, cappellano dell'ergastolo di Santo Stefano, e la scarcerazione di Don Giovanni

 Di Don Aniello Conte, cappellano dell'ergastolo di Santo Stefano ne ho scritto più volte. Conoscevo il caso Corbisiero, detenuto innocentemente,  che Don Aniello con la sua testimonianza fece scarcerare ma ho trovato altro.

Leggendo il libro "Ventotene da confino fascista a isola d'Europa" di Pier Giacomo Sottoriva  ho trovato un brano in cui si racconta che Don Aniello Conte ha fatto scarcerare un prete sardo, Don Giovanni, detenuto a Santo Stefano, che non aveva commesso il delitto per cui espiava nell'Ergastolo.

Ecco il brano:

"...Ne fu ospite anche un parroco, certo don Giovanni, che dalla Sardegna vi era trasferito per espiare una condanna all'ergastolo per un delitto che non aveva commesso. Fu restituito alla vita e alla funzione sacerdotale dal parroco del carcere, il ponzese don Aniello Conte, che dedicò tutta la sua vita di missionario in patria a sostenere le malinconie, i pentimenti e anche lo spirito ribelle degli ospiti dell'ergastolo. Fu lui che provocò la revisione del processo che aveva condannato il sacerdote sardo, altre indagini che portarono alla cattura del vero colpevole e che fece restituire alla libertà il suo collega in talare. Questo episodio è narrato dal compianto don Paolo Capobianco, per decenni parroco di Gaeta, e che, una volta in pensione, volle trascorrere i suoi ultimi e fecondi anni nella tranquilla casa di riposo di Ventotene, posta accanto alla chiesa di Santa Candida, da dove proseguì il suo lavoro di raccontatore di storie antiche e recenti della sua gente (v. L'ergastolo di S.Stefano, i reclusi e don Giovanni parroco condannato, sul mensile "il Golfo" del 15 gennaio 1993"

Il racconto di don Paolo Capobianco a proposito di questa storia sul mensile "Il Golfo":

"...Ho conosciuto il cappellano del carcere di Santo Stefano, Don Aniello Conte da Ponza. Era già avanzato negli anni, quando mi sono incontrato con lui per la prima volta. Dalla sua viva voce ho appreso molte delle notizie su esposte.

Don Aniello Conte secondo il Cuore di Dio, integerrimo, umile, nascosto agli occhi del mondo. Tutta la sua vita di sacerdote l'aveva spesa tra i carcerati di Santo Stefano. Li conosceva uno per uno i suoi cari ergastolani; di ognuno sapeva la luttuosa tragedia che l'aveva condotto a Santo Stefano.

Don Aniello fu l'uomo di Dio e della galera; egli era memore delle parole di Cristo Signore: "ero in carcere e veniste a trovarmi" (Matteo 25, 36). Amò di vero cuore i suoi carcerati, li amò fino all'eroismo della propria vita. Quei poveri emarginati della società trovavano in Don Aniello il padre, il fratello, l'amico fedele. Don Aniello , animato dal suo zelo sacerdotale, ha fatto riesumare il processo di un sacerdote parroco della Sardegna, che da 18 anni espiava il delitto non commesso, a Santo Stefano.

Riesumato il processo, interrogati i testimoni ancora in vita, scovato il vero autore dell'atroce delitto, il sacerdote risultò innocente e fu scarcerato.

Monsignor Arborio Mella di Sant'Elia del Vaticano, si interessò perchè il sacerdote ergastolano venisse in terraferma ed inviò da Roma un monaco trappista delle tre Fontane a prelevarlo. Ricordo, perchè ho assistito quando al pontile "Costanzo Ciano" di Gaeta, dove si ormeggiava il postalino proveniente dalle isole ponziane, sbarcò il monaco ed il sacerdote, che indossava un vestito molto dimesso. Erano i primi giorni di giugno del 1942. Monsignor Arborino Mella di Sant'Elia, suo paesano, gli inviò, da Roma, tutti gli abiti da sacerdote.

Era il giorno del "Corpus Domini" di quell'anno 1942; ci trovavamo in sacrestia della cattedrale e si facevano i preparativi della processione; si trovava presente anche l'ex ergastolano-sacerdote, che indossava, per la prima volta, dopo 18 anni una "talare" nuova. Mons. Arcivescovo Casaroli invita quel sacerdote ad indossare la cotta bianca e prendere parte alla processione del SS. Sacramento con il clero. Quando Don Giovanni, tale era il suo nome, si trovò vestito con la sottana e la cotta bianca, si sentì riabilitato sacerdote, scoppiò in un dirotto pianto, tale che fece piangere tutti noi presenti..."

Nota :

Don Aniello Conte, cappellano dell'ergastolo di Santo Stefano era un mio prozio, il fratello di nonno  Salvatore. Mia madre Elvira raccontava spesso di lui.


L'ergastolo di Santo Stefano


L'ergastolo di Santo Stefano visto dall'alto


Don Aniello Conte, cappellano dell'ergastolo di Santo Stefano



Il racconto di don Paolo Capobianco sul mensile "Il Golfo" 
(Un ringraziamento va a Filomena Gargiulo)

giovedì 8 agosto 2019

U scungille

U scungille è un mollusco marino, il murice, che chiude l'ingresso della sua casa con un opercolo.
Ne scrive in un suo libro Ernesto Prudente così: "...Mimì, (Mimì Dies, oltre ad essere un eccellente subacqueo, con Bruno Vailati ha partecipato alla spedizione nel Mar Rosso e a quella superlativa sull'Andrea Doria) si buttava in acqua alla punta del molo Musco e arrivava fino alla spiaggia di Santa Maria, quando riemergeva aveva due sacchetti pieni di scungille. Basta mettere in acqua una testa di pesce, u scungellare, perchè essi si attaccano in brevissimo tempo.
Nei tempi passati, i fenici, i greci ed i romani estraevano dai murici una sostanza colorante. I murici secernano un liquido giallastro che, se riscaldato, diventa di colore rosso ed è inalterabile. La lana e il cotone tinti con questo colorante raggiungevano prezzi incredibili. Al tempo dei romani solo l'imperatore ed i senatori avevano diritto di portare abiti purpurei. Dopo la caduta dell'impero romano fu la chiesa ad impossessarsi di questa tintura e divenne il colore ufficiale degli abiti degli alti prelati che venivano chiamati appunto porporati."








Foto di scungille

(Immagini reperite in rete)


Come raccontava Ernesto Prudente...Mimì Dies si buttava in acqua alla punta del molo Musco ed arrivava fino alla spiaggia di Santa Maria...
(Foto estate 2016)

mercoledì 31 luglio 2019

La statua di Mamozio

E' una statua ritrovata nel '700, ora è collocata su una stradina poco frequentata e sembra sia un Augusto "togato".
Il Tricoli nella Monografia così scrive: "E' una di quelle rinvenute ivi stesso nel 1772 e pria l'attuale fabbrica; rappresenta un senatore, la cui testa venne rotta da un soldato nel 1809, e l'attuale vi fu supplita nel 44, dal Com. Colon. Conte Bartolazzi."
Giovanni Maria De Rossi così la descrive nel suo libro Ponza Palmarola Zannone: "In una via (via di S.Antonio) parallela alla strada litoranea, si conserva, murata su un moderno piedistallo, una statua marmorea funeraria, acefala e priva del basamento, nota, dalla tradizione locale, con il nome di "Mamozio". Sia la testa che la mano sinistra, a giudicare dagli incassi ancora visibili, dovevano essere lavorate a parte e successivamente applicate alla statua. Accanto alla gamba sinistra si conserva, parzialmente coperta dalle pieghe del panneggio, una capsa cilindrica (il tipico cofanetto nel quale si conservano i rotoli di pergamena, detti volumina, usati come libri).
E' probabilmente questa la statua scoperta nel 1772 e privata della testa, come ricorda il Tricoli, nel 1809, per un atto di vandalismo da parte di un soldato borbonico, quando la statua faceva bella mostra di se nella piazzetta antistante il Comune."








La statua di Mamozio





La statua è da queste parti...un pò più avanti...


La statua romana del "Mamozio" ancora integra (in primo piano, a sinistra, nella foto), collocata nell'area portuale, in una incisione del Mattei del 1847

mercoledì 24 luglio 2019

San Silverio un mese dopo...

Il 20 luglio, un mese dopo la festa di San Silverio, la statua del Santo ritorna sul suo altare. Dopo la Messa delle 11 San Silverio viene portato in processione fino alla punta del Molo Musco...fa molto caldo ma i fedeli seguono con devozione.
Passerà un altro anno prima che la statua di San Silverio possa essere sfiorata dalle nostre mani ed ognuno di noi ha un pensiero, una preghiera...San Silverio pensaci tu!!!
Un pò di foto del 20 luglio 2016


















domenica 9 dicembre 2018

Ponza in terra d'Africa, raccontata da Giuseppe Tricoli, il Barone

Ponza in terra d'Africa
- di Giuseppe Tricoli

La nave con le sue 105.000 tonnellate si lascia alle spalle il porto di Tunisi, rotta per Palma di Majorca, previsto arrivo nella tarda mattinata del giorno dopo. Nostro figlio Alfredo sin dalla partenza si è assunto il compito di leggere il "Today" e informarci sul programma. Questo pomeriggio l'evento clou è l'incontro con il comandante della nave con la segreta speranza di "rimediare" una fugace visita alla plancia. Sino alle 18 posso tranquillamente starmene sul terrazzino della "8253" sperando di fotografare qualche interessante nave in transito in questo tratto di mare trafficatissimo tra Gibilterra e Suez.
Ad un tratto Alfredo mi ripete, leggendolo lentamente, "alle 19 sulla sinistra vedremo l'isola de La Galite" e mi chiede spiegazioni.
Guardo il monitor che ci presenta la rotta seguita e non ho più dubbi: stiamo costeggiando la costa tunisina, verso Biserta, e quella che avvisteremo intorno alle 19 è proprio "un pezzo di Ponza in terra d'Africa" come dice il sottotitolo di una mostra fotografica dell'aprile 1985 che campeggia nel manifesto incorniciato nel mio studio di casa.
Non voglio mancare di rispetto al Comandante della nave, ci mancherebbe, ma anche la remota possibilità di visitare la plancia perde di importanza di fronte all'occasione, per me la prima in assoluto, di poter finalmente vedere nella sua reale collocazione quest'arcipelago le cui foto mi hanno affascinato da oltre vent'anni. E a Ponza non sono il solo.
Esco dalla cabina, mi sistemo sulla poltrona in veranda, inizio a fissare il Mediterraneo che mi scorre davanti a 20 nodi e comincio a mettere a fuoco cosa rappresenti per me, ponzese, quest'isola che sto per scoprire, ma che mi sembra di conoscere da sempre.
Torno indietro ai miei primi approcci con questa terra, spesso indicata con il nome dialettale di "Gialita", ai racconti dei vecchi pescatori che purtroppo non ci sono più (uno per tutti, Ferdinando Scarpati), quelli che in gioventù, a vela e a remi, da ultimo con un piccolo "Bolinder" di emergenza, avevano fatto rotta dalla nostra Ponza, passando per l'Elba e la Sardegna, verso quest'altro lembo di
terra. Vi si erano stabiliti a poco a poco, l'avevano "sentito" talmente proprio da dare ai luoghi gli stessi
nomi a noi tanto familiari, "La Guardia" (Mont de la Garde) e "Punta della Madonna" (Le Cap de la
Madone), edificare una chiesetta ed avere anche lì, come in ogni luogo in cui il ponzese arrivava, la presenza di San Silverio.

L'incontro nel 1984 con il fotoreporter Giuseppe Farace, reduce da un reportage in queste acque sulla pesca del corallo, l'idea di mettere insieme ed esporre il materiale da lui raccolto nella mostra "La Galite dei Ponzesi", la ricerca dei nostri pescatori che avevano avuto questa esperienza africana, la sciagurata dispersione di tutto il materiale raccolto che sicuramente ora farebbe bella mostra di sé nel nostro Museo comunale, il chiedere sempre notizie e foto a chiunque tornasse da queste terre, fino alla lettera, scritta a più mani, inviata all'ambasciatore tunisino a Roma per sensibilizzarlo ad un gemellaggio tra le nostre isole: tutto questo mi torna in mente mentre mi convinco che questa di La Galite sarà sicuramente una delle più piacevoli sorprese di questa crociera.
Come non comprendere e ammirare i nostri antenati che intorno al 1860, giunti sin qui, rimasero conquistati da questo paesaggio. La somiglianza con Palmarola è semplicemente eccezionale. Ho l'impressione di essere di fronte agli scogli "Le Galere", e tagliando la foto con attenzione potrei pensare di aver fotografato la "Piana 'u viaggio".
Continuo a fotografare e provo ad immaginare i Mazzella, i Vitiello, i D'Arco che pescano aragoste in queste acque, preparano il pane nel forno di quel gruppo di case che vedo sempre più lontano, cominciano a terrazzare questi terreni come avevano fatto a Ponza, a Palmarola e, prima ancora, ad Ischia. Provo ad individuare i resti di quel Cimitero di cui ho visto più di una foto. Non ho difficoltà ad avvistare la vecchia chiesetta ora Stazione radio della Marina tunisina.
Mi viene da pensare che, come Sandro Pertini dall'esilio di Ponza giunse al Quirinale, Habib Bourguiba, confinato quaggiù e amico dei pescatori ponzesi, arrivò al vertice della Repubblica tunisina, dimostrando l'ennesima similitudine tra le nostre due isole.
Le prime ombre mi velano a poco a poco il panorama nella foschia di questa serata settembrina e, ormai, è tempo di riordinare i miei appunti, lasciare il "Ponte Napoli" e rientrare nella cabina di questa nave che lunedì era nelle acque di Ponza, oggi è quaggiù e ci sta facendo viaggiare con ogni comfort dei nostri tempi. Non posso fare a meno di ripensare, con orgoglio, ai nostri mari nai/pescatori/armatori che nel secolo scorso, con degli autentici "gusci di noce", solcavano il Mediterraneo da Ponza a Biserta, da Tunisi a Marsiglia, si stabilivano in Sardegna e poi all'Elba, si facevano onore ed erano ben voluti. Mi raccontano che uno di loro, a Marsiglia, divenne presidente della locale Camera di commercio.

Altri tempi, altra tempra, altra Ponza, altri ponzesi...
Di una cosa sono sicuro: tornerò in queste acque, certamente con altri amici, per sbarcare finalmente a terra, la prossima volta non sarà per caso.


Questo scritto è di Giuseppe Tricoli,  l'indimenticabile Barone, che durante una crociera sulla Costa Fortuna, nel settembre 2006, ha fatto un incontro ravvicinato con La Galite, l'isola tunisina tanto cara ai ponzesi.










Qualche foto della Galite

(Immagini reperite in rete)



Giuseppe Tricoli, l'indimenticabile Barone che ci ha lasciati improvvisamente sei anni fa. 
Mi piace immaginarlo scrutare l'orizzonte, dal cielo, alla ricerca di navi di passaggio che erano la sua passione.


giovedì 31 maggio 2018

Isole Ponziane o Pontine???

Molto spesso le nostre isole vengono chiamate Arcipelago Pontino ma non è questa la definizione giusta.
Ernesto Prudente, grande cultore della storia isolana, si arrabbiava molto e spiega bene il perchè della definizione Arcipelago delle isole Ponziane.
Ecco cosa scrive: "A questo arcipelago, sin dall'antichità, per qualificarlo, è stato aggiunto l'aggettivo ponziano, dal nome dell'isola più grande.Basterebbe dare una occhiata agli scrittori classici latini.
Ponza e le altre isole dell'arcipelago non hanno niente da vedere, non hanno nulla in comune, non hanno niente da spàrtere con la parola pontino. "Pontino è un aggettivo (dal latino Pompitinus o Pontinus) relativo o appartenente a una zona del Lazio meridionale che si estende dai Monti Lepini al Tirreno e dai rilievi dei colli Albani e Terracina che va sotto il nome di Regione pontina, Agro pontino, Pludi pontine". Questo è quanto riporta il Vocabolario della lingua italiana edito dalla Treccani."
"...Le isole ponziane non hanno niente in comune con il Lazio e mi meraviglio di chi la pensa diversamente. queste isole furono strappate, sì, c'è state u scippe, dalla Campania e inserite nel Lazio quando Mussolini, nel 1934, fondò la città di Littoria, facendola diventare provincia. Per arricchirla di comuni scipparono la parte nord della Campania, tra cui Formia, Gaeta, i paesi limitrofi e una parte delle isole partenopee, come una volta si usava definire anche le isole ponziane."
"...Gli scrittori latini scrivevano "insulae Pontiae" per rappresentare tutto il gruppo di isole che una parte si trovava a nord e l'altra a sud del golfo di Gaeta. Essi si accaparrarono una precedente denominazione greca. I greci sono stati a Ponza, lasciando orme del loro passaggio, molto prima dei romani. Le isole erano sulla rotta delle loro navi commerciali. La posizione strategica di Ponza nel centro del Tirreno era molto importante per le navi greche che potevano rifugiarsi durante i temporali o potevano rifornirsi di acqua o altro.
Alle isole i greci non potettero non dare un nome, e le chiamarono Pente Nesoi là dove Pente equivaleva a cinque e Nesoi a isole. I successivi invasori, Volsci Olsci e poi i Romani, modificarono il nome che da Pente passò a Pontia, cioè Ponza. Ventotene in quella circostanza fu chiamata Pandataria dal genitivo di Pentas-Pentatos più il suffisso aria, come sostiene il Castricino nel suo "Toponomastica greca delle isole ponziane e delle paludi pontine".
Condivido le parole di Ernesto anche perchè già il Tricoli scrive, nell'Ottocento, Monografia alle isole del Gruppo Ponziano e ancor prima il Dolomieu con Mèmoire sur Les iles Ponces (Memoria sulle Isole Ponziane).
Quindi cerchiamo di non sbagliare più...le nostre isole fanno parte dell'Arcipelago Ponziano.


L'isola di Ponza



L'isola di Palmarola



In lontananza l'isola di Zannone con i colori dell'alba

(Foto di Rossano Di Loreto)



L'isola di Ventotene

(Foto dalla pagina Facebook VentoteneMia)


L'isola di Santo Stefano

(Foto dalla pagina Facebook AmoVentotene)

mercoledì 24 gennaio 2018

Una bella poesia dedicata a Ponza

PONZA

D' a Vuardia a u Ncienze Ponza se nne sta
cumm'a na bella fèmmena int'u mare.
E se fa cunnulia' da ll'onne chiare
e 'a tutt'i viente se fa carezza'.

Cu a luna o u sole o i stelle fa ncanta',
ma è bella pure 'a notte cu i lampare
ca lùcene int'u scure ammiez'a u mare
o quanne na tempesta a ricama'

se mette nu merlette tuorne tuorne
c'a fa par' na sposa dint'u velo.
Culline e spiaggie d'a Madonna a i Fforne

e tanti culure nterra, a mmare, ncielo
tene Ponza cu Parmarola e Zannone
che ccà staie mparavise a ogne staggione.

Tommaso Lamonica






















Queste bellissime foto di Ponza sono di Rossano Di Loreto e sono state scattate nel novembre 2015

Nota:
femmena (donna)
cunnulia' (da connola, culla, perciò cullare)
lùcene (luccicano)

Altra Nota:
Tommaso Lamonica è l'autore di questa bella poesia dedicata a Ponza, isola in cui nacque quasi cento anni fa. E' stato insegnante elementare e poeta, una di quelle persone che hanno dato lustro alla nostra isola.

domenica 7 gennaio 2018

Il bucato ai tempi delle nostre nonne

Oggi in ogni casa c'è la lavatrice, in alcune anche l'asciugatrice e i panni si lavano quotidianamente. Un tempo fare il bucato era un vero rito ed era molto faticoso.
Così racconta Ernesto Prudente: "Il bucato era una operazione che in qualsiasi casa si faceva ogni quindici giorni o ogni mese. Essa consisteva nella lavatura della biancheria con acqua bollente, sapone, liscivia ed altri detersivi con rami di piante e radici odorose.
La biancheria per il bucato consisteva nel molteplice degli indumenti intimi e nel complesso dei panni di uso domestico: biancheria da letto: lenzuola e federe; biancheria da tavola:tovaglie e tovaglioli; biancheria da bagno: asciugamani e similari.
Il "cufunature" era il recipiente in muratura a forma tronco-conica con la base in alto. Aveva una altezza superiore al metro e mezzo e con diametro, nella parte alta, di oltre un metro che andava assottigliandosi nella parte inferiore fino a 25 centimetri.
Nella parte inferiore vi era una nicchietta, capace di contenere un secchio, con un piccolo condotto da cui poteva uscire la lisciva che vi era stata immessa.
Il "cufunature" serviva per fare a culate ed il bucato era la lavatura generale di ogni tipo di biancheria. Era un lavoro massacrante, un lavoro di polsi e braccia. Era un continuo salire e scendere dal tetto con il peso di una conca piena di panni bagnati. I panni stesi bisognava capovolgerli per farli asciugare bene e poi intere giornate con il ferro da stiro in mano.
Quando una donna accusava dolori fisici le si diceva: "E' fatte àsteche è lavatore è mò chiagne u cufunature" ( hai fatto tetti e lavatoi ed ora piangi davanti al cufunature). Si voleva far notare che era stata poco attenta alla sua salute."
"...I panni sporchi venivano ammucchiati vicino al lavatoio e si dava inizio al procedimento.
Il panno, lenzuolo o fazzoletto che fosse, veniva immerso nell'acqua e insaponato. Successivamente veniva stropicciato fortemente sul piano inclinato del lavatoio e, spremuto, veniva immesso nell'altra vasca per lo sciacquaggio.
Finito il lavaggio e lo sciacquaggio i panni strizzati venivano "ncufanate", cioè venivano aperti e stesi nel cufunature seguendo un certo ordine. Quelli più delicati venivano posti per ultimi. I panni così sistemati venivano coperti con un panno di juta cennerale, che aveva la funzione di far filtrare la lisciva trattenendo la cenere da cui il nome."
"...Quando si sistemavano i panni nel cufunature l'acqua, nella grossa caldaia di rame, già era in ebollizione. In essa vi si metteva la cenere che si ricavava dalla bruciatura delle foglie secche di agave."
"...A scolatura completa i panni venivano tolti dal cufunature e immersi nuovamente nei lavatoi per lo schiaraggio.
Strizzati venivano stesi al sole ad asciugare. 
Infine, stirati e piegati, venivano riposti negli scaffali. Un mazzetto di "spicandosse", lavanda, per profumarli, non mancava mai in ogni tiretto."



Bucato steso ad asciugare a Le Forna



Bucato steso in via Nuova a Ponza



Panni stesi giù alla Banchina di Fazio

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)



Spicandosse (lavanda) per profumare il bucato
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