venerdì 15 marzo 2019

La lettera al Papa

Gli abitanti della frazione di Santa Maria nell'Ottocento avevano difficoltà ad andare a Messa perchè la chiesa di Ponza porto era lontana. Per raggiungerla dovevano inerpicarsi su sentieri ripidi, tortuosi e nelle giornate di brutto tempo, specialmente d'inverno, era impossibile.
La galleria che congiunge Santa Maria a Giancos era ostruita dai detriti quindi impraticabile, venne resa fruibile intorno al 1850.
I lavori della chiesa erano iniziati nel 1828 ma dopo il crollo della volta si fermarono.
La popolazione di Santa Maria nel 1886 scrisse una lettera al Papa Leone XIII chiedendo un aiuto affinchè fosse completata la loro chiesa..
La chiesa finalmente fu completata e fu consacrata il 21 giugno del 1895.


L'interno della chiesa di Santa Maria dedicata a San Giuseppe


Ecco il testo della lettera:







Questo il testo della lettera con la classica scrittura ottocentesca che mi ha fatto pervenire Eva Mazzella






Questo il testo comprensibile della lettera
Già in questa lettera eleggono come loro protettore San Giuseppe

(Tratto da "Appunti per un libro" di don Salvatore Tagliamonte)

Ma io ho la sensazione che prima di questa lettera ce ne sia stata un'altra indirizzata al Re scritta da don Antonino Conte.
Mia madre per anni ha custodito una lettera di preghiera affinchè riprendessero i lavori della chiesa di Santa Maria. Mi sembra sia stata scritta intorno alla metà dell'Ottocento.
La lettera è stata consegnata a don Salvatore Tagliamonte, allora parroco, in occasione dei cento anni della consacrazione della chiesa avvenuta nel 1995, ed era la copia originale.
Confesso che mi arrabbiai un pò per non averne fatto una fotocopia.
Bisognerebbe cercare nell'archivio della chiesa perchè io ho questo dubbio.
Don Antonino Conte era il fratello del mio bisnonno Placido ed è stato il primo sacerdote addetto alla chiesa di Santa Maria.


Don Antonino Conte

domenica 10 marzo 2019

I musicanti

Dal libro di Luigi Sandolo Su e giù per Ponza c'è un brano in cui si racconta dei Musicanti.
Eccolo: Al Ponzese non manca il senso musicale che oggi soddisfa con la radio ed i dischi.
Negli anni non più vicini v'erano gli appassionati della musica lirica e sinfonica e fra essi si costituì un comitato ed a loro spese mandarono a chiamare un maestro di musica nella persona di Francesco Titta. Questi organizzò una banda che per decenni deliziò il loro udito e quello della popolazione isolana.
La banda suonava in ogni festa religiosa ed al seguito di quasi tutti i funerali. Per queste prestazioni veniva pagata.
Uno dei più accaniti sostenitori della banda fu Benedetto Migliaccio fu Pasquale.
Morto il maestro Titta la banda ha continuato a suonare sotto la guida del macellaio Antonio Guarino. Poi per inedia è scomparsa. 
Oggi dietro le esequie si sente solo un chiacchierio irrispettoso mentre una volta si ascoltava la banda musicale.
Pasquale Parisi fu Gaspare, appassionato di musica, durante la prova della marcia funebre di Chopin esclamò: Quando muoio voglio essere accompagnato al cimitero al suono di questa musica. Non passò una settimana ed il compianto Pasqualino fu accontentato.
Oggi l'isola di Ponza ha una banda musicale diretta dal maestro Cafolla.



La prima banda musicale isolana
(Anni '30)



Successivamente la banda era diretta dal maestro Anzalone

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)



La banda diretta dal maestro Cafolla

(Foto tratta da "Appunti per un libro" di don Salvatore Tagliamonte)

venerdì 8 marzo 2019

La Quaresima ponzese

Durante la Quaresima, un tempo, si usava appendere alla porta una bambolina.
Di questa tradizione ne ho sentito parlare...ma io non la ricordo, credo sia ormai scomparsa ed è un vero peccato.
C'era anche una filastrocca che faceva così:
 " Na quareseme secca secche,
 se mangiaie na fechesecche,
 e decette dammene une 
se pegliaie nu cauce 'ngule. 
E decette dammene nate, 
ce menaie na scuppettate"
Maria Conte, la mia amica che abita a Padova, cultrice delle tradizioni ponzesi, così racconta la Quaresima ponzese:
La bambolina rappresenta una vecchietta con i capelli bianchi, che sta filando la lana, segno del tempo che scorre.
Sul capo, infilzate in una comune patata, si mettono 7 penne di gallina ovvero 6 nere ed 1 bianca.
Le 6 nere rappresentano le 4 Domeniche di Quaresima (I-II-III-IV), poi quella che si chiama Domenica di Passione ed infine Domenica delle Palme. Quella bianca significa la Pasqua di Resurrezione.
La vecchietta, la si poneva sotto l'arco della porta, esposta al bel tempo ed al brutto.
Ogni domenica, i piccoli di casa, a Ponza, un tempo, guardavano con ansia l'avvicinarsi della Pasqua con tutte le sue bellissime e suggestive funzioni religiose,..con il casatiello e facevano a gara a chi dovesse togliere la penna alla vecchietta.
Maria nella sua casa di Padova, insieme a sua cugina Rosanna, ancora usano appendere la bambolina della Quaresima...è un pò come stare a Ponza...come ritornare bambini...



La bambolina della Quaresima, raffigurata nella foto, è stata realizzata dalla zia di Maria Conte, la mamma di Rosanna, ed è appesa nella loro casa di Padova

mercoledì 6 marzo 2019

Il fanalista che salvò il Narduccio in difficoltà

Scorrendo le pagine del bellissimo libro di Silverio Mazzella Ponzesi, gente di mare Storie di barche, di pesca, di navigazione mi sono imbattuta in questa storia.
Eccola:
Il 28 gennaio 1948 una violenta tempesta si scatenò sull'isola di Ponza, così raccontò Filippo Vitiello, fanalista reggente al Faro della Guardia, al giornalista Alfonso Gatto che pubblicò su Epoca del 14 agosto 1955.
"...Uscito a dare uno sguardo alla torre, m'accorsi che la salsedine in poche ore aveva reso opachi tutti i vetri della lanterna e che il faro aveva perduto la sua luminosità. Il vento urlava e sembrava portarci via le parole. Salimmo, io e il mio compagno, sul terrazzino che gira intorno alla torre, mi feci legare a una fune e mi arrampicai ai montanti della lanterna. Con una mano stretta a un appiglio, con l'altra e con tutto il braccio pulii i vetri centrali. Sulla faccia accecata dalla luce sentii che il faro riaveva il suo splendore. Erano le 23 e 45. Ricordo che scendendo fissai l'ora e i minuti per trascriverli nel giornale di servizio. Al mattino, finito il mio turno, mi recai in paese. Alcuni uomini scalzi e imbambolati, quasi fuori dal mondo, uscivano dalla chiesa, accompagnati da una folla di curiosi e di parenti. 
Uno di loro, vedendomi, mi abbracciò e quasi senza fiato disse, grazie ripetè più volte.
Un altro con maggior voce tentò di spiegare: "Non vedevamo più nulla. La Narduccio incassava acqua per una falla e noi, perduta ogni speranza ormai, non pompavamo più, sfiniti, ansiosi quasi di rassegnarci alla nostra sorte.
All'improvviso il timoniere gridò: Il faro della Guardia!
..."Tutti ci sentimmo come presi alla sprovvista dal lampo che prima, ignari di essere alla sua portata, mai avremmo creduto di vedere.
Riprendemmo a pompare, a pompare.
Guardai l'orologio, era mezzanotte meno un quarto."
Quei naviganti mi ringraziavano come avrebbero ringraziato il faro stesso.
Ma nessuno di loro ha mai saputo che fu la mia mano, intenta disperatamente a pulire il vetro, a liberare alfine quel raggio che giunse sino a loro.
Chi mi aveva dato in quell'attimo il presentimento di uscire a vedere la torre?
Mi sentivo come chiamato."
Un intervento provvidenziale per l'equipaggio del Narduccio, senza quel presentimento non so come sarebbe andata.



Velieri nel porto di Ponza

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)



Il Faro della Guardia illumina con la sua luce



Il Faro della Guardia che con la sua luce, nella notte di tempesta, ha aiutato i naviganti

(Le foto sono di Giancarlo Giupponi)



Il fanalista, Filippo Vitiello, che salvò il Narduccio

(Foto tratta dal libro di Silverio Mazzella "Ponzesi gente di mare. Storie di barche, di pesca, di navigazione")

Nota:
Il Narduccio era un cutter costruito nel 1901. Nel 1942 fu acquistato da Antonio Feola (Tatonno primo) e cambiò nome prendendo quello dell'armatore.
Mio nonno Peppino Iacono è stato per un periodo, negli anni '40, al comando del Narduccio.



Il Narduccio nel porto di Ponza

domenica 3 marzo 2019

I luoghi di Confino

"...Il confino è una cella senza muri, tutto cielo e mare: funzionano da muri le pattuglie dei militi.
Muri di carne e ossa, non di calce e pietra.
La voglia di scavalcarli diventa ossessionante"

Nel libro di Anna Foa "Andare per i luoghi di Confino" si racconta anche di Ponza.
Così scrive: "Ponza fu uno dei principali luoghi di confino degli antifascisti. I primi confinati vi arrivarono nel 1928. Arrivavano in catene, sul traghetto che collega Ponza a Gaeta, poi venivano liberati. La maggior parte di loro viveva nel carcere borbonico, alcuni riuscivano - anche su quest'isola - a ottenere di prendere in affitto delle stanze nelle case degli abitanti.
Il carcere borbonico era composto di due grandi cameroni comunicanti fra loro, con delle porte su cui si aprivano delle camerette piccolissime, molto ambite tuttavia dai confinati per le disastrose condizioni di freddo e umidità dei cameroni centrali. I confinati erano liberi durante il giorno di passeggiare all'aperto, però in uno spazio ristretto dell'isola. I rapporti con gli abitanti dell'isola, inizialmente difficili, diventarono migliori con il passar del tempo.
Ci furono anche alcuni, amori e rapporti con le ragazze del posto e con le prostitute. Ecco come Altiero Spinelli, che giunse al confino di Ponza nel 1937, dopo dieci anni passati in carcere, racconta nelle sue memorie, Come ho tentato di diventare saggio, il suo arrivo nell'isola:

"Condotto per la catena dai carabinieri, percorsi il molo e la breve scalinata che portava, dritta e rozzamente selciata, sulla piazza del paese facendo ala, a destra e a sinistra, al mio passaggio. Di qui (...) i confinati si affollavano. Era loro abitudine venire ad assistere al bisettimanale arrivo del piroscafo. C'erano antichi compagni di cospirazione che non avevo più rivisti da oltre dieci anni; c'erano compagni di carcere, liberati prima di me (...). Mi sentivo chiamare per nome da una parte e dall'altra, vedevo berretti e braccia agitarsi. Ero leggermente inebriato dall'accoglienza festosa, che faceva rassomigliare lo sbarco a un grottesco trionfo."

A Ponza passarono, per periodi più o meno lunghi, molti dei politici che sarebbero poi diventati i principali esponenti della sinistra italiana nel dopoguerra: fra gli altri Giorgio Amendola, Lelio Basso, Sandro Pertini, Pietro Nenni, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Pietro Secchia, Umberto Terracini."
Una pagina di storia di Ponza rimasta per troppo tempo nell'ombra.


L'ingresso del porto di Ponza 

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)



Altiero Spinelli, Ponza 31 agosto 1938



Rudi Ursic, antifascista al confino sull'isola di Ponza

(Foto esposta nel Museo di Caporetto, per gentile concessione di Silveria Marcone)





Questa persona non so chi sia ma sembra un confinato


I confinati nei cameroni

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)

Nota:
Altiero Spinelli insieme ad Ernesto Rossi e a Eugenio Colorni scrissero il "Manifesto di Ventotene per un'Europa libera e unita".
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