Visualizzazione post con etichetta confino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta confino. Mostra tutti i post

domenica 19 aprile 2026

I disagi dei ponzesi durante gli anni del confino

 I ponzesi durante gli anni del confino,  dal 1928 al 1939, subirono diverse limitazioni circa la loro quotidianità. Per entrare nella zona dove c'erano i confinati, centro storico di Ponza,  dovevano subire i controlli.  Non potevano aspettare l'arrivo del piroscafo, non potevano andare alla spiaggia della Caletta dietro al porto. 

I pescatori dovevano essere autorizzati per andare a pescare, subivano perquisizioni e non potevano stendere le reti ad asciugare al molo. Le barche dovevano approdare solo al porto e lasciate disarmate in modo da non poter essere usate.

Alcuni pescatori protestarono perchè  nelle grotte  di Chiaia di Luna avevano le barche  e non potevano usufruire di quel riparo poichè la spiaggia era stata a loro interdetta quindi le dovevano lasciare nel porto.. 

Purtroppo nonostante le proteste scritte non furono ascoltati.


Nelle foto, isola di Ponza  la spiaggia di Chiaia di Luna (Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)






martedì 28 ottobre 2025

La Piazzetta dei Confinati

 Qualche mese fa, all'isola di Ponza, in un piccolo spazio di via Comandante, accanto alla Cisterna Romana, è stata realizzata la Piazzetta dei Confinati. 

Tante mattonelle in ceramica attaccate alle pareti, realizzate da Teresa Zecca, con poche parole descrivono il triste periodo del confino a Ponza. 

Una panchina per riflettere su questa pagina brutta della nostra storia.

Ci sono frasi di confinati come Giorgio Amendola, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Umberto Terracini, ma anche di ponzesi, che allora erano giovani, come Genoveffa D'Atri, Giosuè Conte Ernesto Prudente, Giannino Conte. 

Purtroppo questo periodo della nostra storia a Ponza è finito nel dimenticatoio e sta riemergendo grazie a delle persone che ci hanno messo il cuore.

Ha curato questo progetto Rita Bosso con la collaborazione di volontari, del Comune di Ponza e della Proloco.

Rita cura anche il blog La via del Confino

https://laviadelconfinodiponza.blogspot.com/2025/10/la-piazzetta-dei-confinati.html


La Piazzetta dei Confinati 



























venerdì 27 giugno 2025

Carlo e Giuseppina

 Sono molte le storie d'amore tra ragazze ponzesi e confinati dal regime fascista all'isola di Ponza. 

Ogni storia è diversa dall'altra ma tutte piene di sofferenza e consapevolezza.

Questa è la storia di Giuseppina Bosso, ponzese, e Carlo Fabbri, confinato ed è tratta dal libro Zì Baldone di Silverio Corvisieri.

"Insieme a Maria Vitiello, Giuseppina Bosso è forse la ragazza di Ponza che si spinse più avanti di qualsiasi altra, ben al di là della piena solidarietà al proprio uomo perseguitato dal fascismo. Divenne ella stessa una militante forte e consapevole, decisa a lottare fino in fondo , anche fino alla morte. Lo si vide con chiarezza già nel 1935 quando una tempesta repressiva particolarmente maligna si abbattè  sui confinati e sulle donne ponzesi che li avevano sposati. L'intera famiglia Bosso fu presa di mira e sconvolta..."

"...Carlo Fabbri, pubblicista e tipografo, era stato arrestato nel 1931 per l'aver progettato la preparazione e la diffusione di un manifestino di propaganda. Soltanto progettato! Per la polizia fascista andava comunque punito  perchè era "un accanito antifascista, capace di accettare di buon grado incarichi delittuosi ai danni del Regime". Nel 1935 fu nuovamente arrestato a Ponza per aver partecipato alla lotta dei confinati e quindi condannato a dieci mesi di carcere da scontare a Napoli. Quando potè tornare sull'isola chiese a Giuseppina - già colpita dall'ammonizione - di sposarlo al più presto. Fu come gettare in faccia alle autorità un guanto di sfida. Da un giorno all'altro lo strapparono dalla moglie e lo spedirono alle Tremiti. Giuseppina, in dolce attesa, invano chiese di poter seguire il marito. Le negarono il permesso perchè non aveva dato "segni di ravvedimento", cioè non si era piegata al ricatto poliziesco tendente a trasformarla in una collaboratrice, in una spia e, quantomeno, in una persona capace d'indurre il marito ad arrendersi al fascismo. Rimasta a Ponza e alle prese con una gravidanza che presto apparve molto difficile, la donna si ammalò in modo preoccupante. Le fu perciò consentito dopo molti mesi di recarsi alle Tremiti. Il viaggio aggravò le sue condizioni tanto che, appena arrivata in quelle isole e riabbracciato Carlo, dovette essere ricoverata d'urgenza nell'ospedale di Foggia dove partorì prematuramente una bimba cui venne dato il nome di Teresa. 

Tornata alle Tremiti Giuseppina, pur nelle pesanti condizioni economiche che rendevano ardua la sopravvivenza, conobbe qualche mese di serenità. Ma durò poco perchè nel luglio del 1937 suo marito fu di nuovo arrestato. Questa volta la sua "colpa" era di essersi rifiutato di fare il saluto fascista come invece il direttore della colonia pretendeva. Gli fu inflitta una condanna a un anno e sei mesi di reclusione e altri dieci di arresto. Con l'occasione si scoprì che anche Giuseppina era un "elemento non desiderabile" da rispedire immediatamente a Ponza..."

"...Seguirono altri anni tormentati. Altri trasferimenti, altre angherie, altre sofferenze. Il 25 luglio colse Giuseppina e Carlo a Ponza dove festeggiarono con entusiasmo la caduta di Mussolini. La donna, nuovamente incinta, avrebbe voluto prolungare quella parentesi di felicità ma Carlo fu inflessibile nel proposito di abbandonare l'isola e raggiungere i suoi compagni che in continente stavano riorganizzando il partito comunista. Egli non si faceva alcuna illusione circa le intenzioni dei tedeschi di reagire occupando l'Italia e perciò riteneva un dovere assoluto la partecipazione alla guerra di liberazione nazionale che ormai  si profilava  come ineluttabile. Giuseppina lo supplicò di aspettare almeno qualche giorno anche perchè l'unico piroscafo che collegava Ponza a Gaeta e Napoli era stato affondato e non sostituito. Di fronte alla fermezza del marito la donna decise di seguirlo. S'imbarcarono il 23 agosto sul motofrigorifero "San Giuseppe" per tentare di raggiungere Terracina e di qui partire per il Nord. Arrivata a 8 miglia dal Circeo la barca s'incagliò su un cavo che collegava una mina all'altra, e subì una brusca inclinazione. In un baleno si diffuse il terrore e 15 delle 22 persone che erano a bordo si gettarono in mare temendo un'improvvisa esplosione. Carlo Fabbri, che non sapeva nuotare, rimase sulla barca mentre sua moglie, in preda a una grande agitazione, si teneva a galla senza allontanarsi. I soccorsi tardarono ad arrivare. Due militari ponzesi, Salvatore Scotti e Raffaele Nocerino non furono più trovati. Il freddo e lo spavento danneggiarono la già fragile salute della donna. Furono comunque salvati e poterono raggiungere l'organizzazione di partito alla quale era stato destinato Fabbri, a Cannobio, in provincia di Novara. Carlo fu tra i primi a prendere le armi dopo l'invasione tedesca e la proclamazione della Repubblica di Salò. Giuseppina, sempre più malata, all'ottavo mese di gravidanza, fu ricoverata in ospedale per una improvvisa rottura delle acque: morirono lei e la nascitura. Fabbri dopo un breve periodo trascorso in Svizzera, divenne commissario politico di una formazione partigiana e fu tra i protagonisti della Repubblica dell'Ossola, territorio provvisoriamente liberato e governato dalle forze antifasciste; quando i fascisti contrattaccarono in forze, Carlo si trovava con pochi compagni nella sede del comando partigiano a Cannobio dove erano custoditi documenti che non dovevano assolutamente cadere nelle mani del nemico. Cercò insieme ai suoi di resistere al fuoco fascista quanto più tempo possibile; contemporaneamente bruciò le carte compromettenti. Alla fine Carlo Fabbri pur di non essere catturato e torturato con il rischio di non farcela a resistere e di danneggiare così la Resistenza preferì darsi la morte ingoiando la dose mortale del veleno che portava sempre con sè." 

Qualche mese prima di morire Carlo Fabbri scrisse una lettera, un testamento alla figlia Teresa ecco le parti più salienti:

"Mia cara piccola

, se non tornassi, sappi che sono morto per la libertà del popolo italiano e per la vittoria dei lavoratori di tutto il mondo. Ricordati, e ripensaci quando avrai più anni, che la mamma ed io abbiamo sempre lottato pensando a te; per assicurarti un domani senza fame, senza oppressione e senza guerre. Per evitare a te le umiliazioni, che ha subito in vita la mamma da parte dei fascisti e della polizia.

La tua povera mamma è stata una martire. Io ho fatto meno del mio dovere e sono stato spesso inferiore al mio compito; la mamma invece ha fatto molto di più di quello che ci si aspettava da lei.

Venera la sua memoria. Ti ha voluto molto bene. Studia!...

Il domani ha bisogno di ingegneri e di medici: se puoi mettiti a studiare queste materie. Sii degna di tua madre, che amò, ma non fu una bambola: ella fu innanzitutto una lavoratrice e una combattente...

Addio, 1944, tuo padre"

Quanta sofferenza!!!


La ponzese Giuseppina Bosso ed il marito Carlo Fabbri, caduto nella Resistenza (Foto tratta dal libro di Silverio Corvisieri " Zì Baldone (accadde a Ponza nel Novecento)"


Sulla Dragonara (Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)



venerdì 11 aprile 2025

Walter e Silvia un amore al confino

 Tante piccole storie contribuiscono a fare la STORIA.

La storia d'amore di Walter e Silvia  è nata al confino all'isola di Ponza ovviamente ostacolata visto il periodo,  in pieno regime fascista.

Giordano Walter Busi, nome di battaglia Michele, nacque a Bologna nel 1907,  confinato a Ponza sposò nel luglio 1933 la ponzese Silvia (Silveria) Vitiello. Dal loro amore nacque nel maggio 1934 il figlio Spartaco.

Questa storia è tratta dal libro di Silverio Corvisieri  "Zi' Baldone (accadde a Ponza nel Novecento)"

"Silvia Vitiello s'innamorò di Walter Busi, muratore comunista di Bologna, suscitando la collera di suo fratello Filippo e la viva apprensione della madre. Fin dal 1933, quando i due non erano ancora sposati, il direttore della colonia di Ponza chiese al ministero dell'Interno di trasferire il confinato dal momento che non si potevano escludere "incidenti" vista la posizione di fascista del fratello ed il carattere deciso della madre..."

"...In questo clima infuocato i due innamorati non potevano mai incontrarsi ma ciononostante, in alcune occasioni, grazie a Maria Migliaccio riuscirono a scambiarsi qualche biglietto. Scoperta questa corrispondenza, considerata una violazione del Testo Unico di P.S., Busi dovette comparire davanti alla commissione per l'esecuzione della legge di P.S. , che era stata istituita anche a Ponza (ne facevano parte il parroco Raffaele Tagliamonte, il medico e seniore della milizia Andrea Buonsante e il direttore della colonia commissario Amerigo Di Marzo) . La commissione condannò il confinato a 20 giorni di carcere perchè - così si legge nella sentenza - col suo comportamento aveva turbato la madre e il fratello  di Silvia i quali "non senza ragioni minacciano vendetta verso di lui". Il giorno stesso Silvia abbandonò la casa dei suoi genitori e andò a vivere in un appartamento preso in affitto, in attesa che Busi - trasferito a Ventotene dopo la condanna - potesse tornare a Ponza per sposarla.

Dopo un ultimo fuoco di sbarramento  dei familiari, Silvia potè  sposare Walter e andare a vivere con lui a Ventotene; ritornò a Ponza soltanto per partorire un bel maschietto e attendere il ritorno del marito. Cosa che avvenne nell'aprile del 1934 ma durò soltanto un paio di anni perchè Busi fu nuovamente arrestato col sospetto  che raccogliesse i fondi per i combattenti antifranchisti in Spagna. Lei rimase per qualche tempo a Bologna presso i suoceri che però erano molto poveri; il 19 aprile 1937 la prefettura di Bologna riconobbe che le condizioni economiche di Silvia e di di suo figlio erano "veramente critiche" e dette parere favorevole alla concessione di un sussidio. Le fu impedito,  nello stesso anno, di recarsi a Ventotene a visitare il marito nuovamente confinato perchè Walter - così scrisse il direttore di quella colonia - era "un pessimo elemento, immeritevole di qualsiasi benevola considerazione" . La madre di Silvia, aggiunse il commissario, viveva in condizioni agiate ed era disposta ad accogliere la figlia ma a condizione ch'ella si separasse dal marito. 

Nel 1938 Busi fu condannato ad altri cinque anni di carcere per reati politici ma parte della pena fu poi condonata; nel 1941 egli fu di nuovo spedito al confino a Ventotene mentre Silvia era costretta a tornare a Ponza.

I due poterono riunirsi soltanto dopo la caduta di Mussolini ma ben presto Busi si rituffò nella lotta politica in uno stato di semiclandestinità perchè il nuovo governo di Pietro Badoglio si mostrava estremamente prudente nel ripristino delle libertà fondamentali. Dopo l'8 settembre e l'invasione tedesca, Busi fu nominato commissario politico di una formazione partigiana che operava nella città di Bologna. Gli furono fatali i combattimenti del novembre 1944 quando i partigiani - ritenendo molto prossimo l'arrivo degli Alleati - tentarono di liberare la città. Furono invece lasciati soli ed i grandi difficoltà. Il 18 novembre Busi, catturato da brigatisti neri, fu immediatamente torturato e poi fucilato. Aveva 37 anni e ne aveva vissuti 19 tra carcere e isole di confino.

A guerra finita Silvia si trovò a Bologna, insieme a suo figlio, senza una casa e senza un lavoro. Ma il sindaco Giuseppe Dozza che di Busi aveva condiviso le idee e le lotte, provvide a farla sistemare in due stanze di una villa requisita e la fece assumere come operaia alle Manifatture Tabacchi. L'ultima battaglia di Silvia fu quella di ottenere da parte dello stato italiano il riconoscimento di suo marito come combattente caduto per la liberazione..."

"...Busi fu infine riconosciuto per quello che era stato e alla vedova fu concessa la pensione prevista dalla legge. Silvia non ha più voluto risposarsi."

Una grande storia d'amore che ha sfidato il tempo. 

Sarebbe bello trovare qualche foto di Silvia, la immagino come una donna di gran carattere e coraggiosa. Sicuramente era  bellissima.


Il santino del funerale di Giordano Walter Busi (Fondo fotografico ANPI, istituto Parri, Bologna)


Le foto segnaletiche nel suo fascicolo personale presso l'Archivio di Stato di Bologna




L'isola di Ponza com'era

domenica 16 marzo 2025

Reportage dal confino

 Negli anni '30 il fotografo Stefano Bricarelli venne inviato da Mussolini all'isola di Ponza per documentare il modo di vivere dei confinati.

Doveva realizzare un servizio fotografico per la rivista Life e mostrare agli americani che il confino non era un Gulag. La rivista americana però poi non pubblicò il reportage.

Il fotografo doveva mostrare la parte bella del confino ma, purtroppo, non era così come leggiamo dai racconti dei confinati. 

Gli stessi militi fascisti, nelle lettere ai familiari, definiscono il confino la "vita da cani", "fuori dal consorzio umano" in cui erano costretti.

Altro che "villeggiatura", i confinati quotidianamente subivano angherie, vessati, alcuni venivano pedinati tutto il giorno.


Antifascisti confinati a Ponza al controllo quotidiano obbligatorio di polizia


Il capoluogo dell'isola


Due intellettuali dal balcone del loro alloggio


Un confinato (in secondo piano) al lavoro in un piccolo cantiere nautico


Altri che aggiustano reti da pesca


Un confinato affacciato sul porticciolo di Ponza 


Un confinato nella sua camera


Confinati nell'unico bar del paese per un caffè


Un internato mentre dà il mangime ai polli del suo allevamento



Il loro circolo di lettura per lo la lettura dei quotidiani


Confinati in una via di Ponza, 1938


La rivista  "STORIA" pubblicata nel 1987 da cui ho tratto il reportage del fotografo Stefano Bricarelli


mercoledì 26 febbraio 2025

Il falegname e il partigiano, storia di un'amicizia straordinaria

 Sandro Pertini, partigiano, futuro Presidente della Repubblica, durante il suo periodo di confino a Ponza instaurò un bellissimo rapporto di amicizia con un falegname, Salvatore Pacifico.

Questa storia la racconta Antonio De Luca nel suo libro Il falegname e il partigiano pubblicato qualche anno fa.
Pertini alloggiava durante quel periodo triste della sua vita in una casa sulla via Nuova. Ogni giorno doveva andare a firmare la presenza al Comando della Milizia e passava davanti alla falegnameria di Salvatore che era sulla stessa strada. Scambiavano quattro chiacchiere come due amici qualsiasi ma la cosa fu notata dalla Milizia. Fu intimato a Salvatore di non colloquiare più con Pertini altrimenti avrebbe passato un brutto guaio. Ne parlò con il suo amico Sandro che subito trovò una soluzione.
Pertini continuò a passare davanti alla falegnameria, si fermava, Salvatore lo aspettava ed entrambi volgevano gli occhi al cielo.
La loro amicizia era ben salda.
Pertini poi andò via da Ponza ma non dimenticò Salvatore. Era stato confinato a Ponza dal settembre 1934 al 1939.
Un giorno di fine settembre del 1973 arrivò con l'elicottero Sandro Pertini che, in quel periodo, era Presidente della Camera e si recò alla falegnameria a cercare Salvatore. Trovò solo suo figlio Gigino, Salvatore era morto qualche anno prima.
Sandro non aveva dimenticato il suo amico Salvatore.
Una storia bellissima che non conoscevo e grazie ad Antonio De Luca è venuta alla ribalta. Lui il giorno in cui Pertini arrivò con l'elicottero a Ponza c'era e quindi ha potuto raccontarci.
Anche questa è storia di Ponza...

Nota:
Salvatore Pacifico veniva chiamato "Pataccone" perchè da bambino chiamava patacche i bottoni con cui giocava. A quei tempi si giocava con poco, i bottoni venivano spinti con le dita, il pollice e l'indice, in una buca, sul terreno, chi la raggiungeva vinceva. C'era più fantasia di oggi...


La via Nuova com'era


Davanti alla falegnameria in via Nuova, il signore anziano è il falegname Salvatore Pacifico

La falegnameria


Targa ricordo


La via Nuova


Monumento dedicato a Sandro Pertini

domenica 3 novembre 2024

Cartoline dal confino

 Durante il ventennio fascista molte isole e località italiane erano luoghi di confino, cioè vi venivano inviate persone non gradite al regime. Anche l'isola di Ponza fu luogo di Confino dal 1928 al 1939 ed ospitò personalità come Pertini, Nenni, Amendola, Spinelli...

La  corrispondenza con i loro familiari o amici subiva la censura

Ecco una cartolina inviata da Ponza nel 1934 dal confinato Corrado Bonfantini alla sua famiglia a Novara in cui dà sue notizie.

Corrado Bonfantini era un medico , un partigiano, un socialista.


La cartolina raffigurante l'Isola di Ponza - Chiesa Parrocchiale ( Edizioni Manna Adele, Cartoleria e tabaccheria.  Adele Manna era la mamma di Genoveffa D'Atri)


Il retro della cartolina inviata da Corrado Bonfantini con il timbro della censura


Corrado Bonfantini con Silverio e Giovanni Picicco

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...