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giovedì 31 maggio 2018

Isole Ponziane o Pontine???

Molto spesso le nostre isole vengono chiamate Arcipelago Pontino ma non è questa la definizione giusta.
Ernesto Prudente, grande cultore della storia isolana, si arrabbiava molto e spiega bene il perchè della definizione Arcipelago delle isole Ponziane.
Ecco cosa scrive: "A questo arcipelago, sin dall'antichità, per qualificarlo, è stato aggiunto l'aggettivo ponziano, dal nome dell'isola più grande.Basterebbe dare una occhiata agli scrittori classici latini.
Ponza e le altre isole dell'arcipelago non hanno niente da vedere, non hanno nulla in comune, non hanno niente da spàrtere con la parola pontino. "Pontino è un aggettivo (dal latino Pompitinus o Pontinus) relativo o appartenente a una zona del Lazio meridionale che si estende dai Monti Lepini al Tirreno e dai rilievi dei colli Albani e Terracina che va sotto il nome di Regione pontina, Agro pontino, Pludi pontine". Questo è quanto riporta il Vocabolario della lingua italiana edito dalla Treccani."
"...Le isole ponziane non hanno niente in comune con il Lazio e mi meraviglio di chi la pensa diversamente. queste isole furono strappate, sì, c'è state u scippe, dalla Campania e inserite nel Lazio quando Mussolini, nel 1934, fondò la città di Littoria, facendola diventare provincia. Per arricchirla di comuni scipparono la parte nord della Campania, tra cui Formia, Gaeta, i paesi limitrofi e una parte delle isole partenopee, come una volta si usava definire anche le isole ponziane."
"...Gli scrittori latini scrivevano "insulae Pontiae" per rappresentare tutto il gruppo di isole che una parte si trovava a nord e l'altra a sud del golfo di Gaeta. Essi si accaparrarono una precedente denominazione greca. I greci sono stati a Ponza, lasciando orme del loro passaggio, molto prima dei romani. Le isole erano sulla rotta delle loro navi commerciali. La posizione strategica di Ponza nel centro del Tirreno era molto importante per le navi greche che potevano rifugiarsi durante i temporali o potevano rifornirsi di acqua o altro.
Alle isole i greci non potettero non dare un nome, e le chiamarono Pente Nesoi là dove Pente equivaleva a cinque e Nesoi a isole. I successivi invasori, Volsci Olsci e poi i Romani, modificarono il nome che da Pente passò a Pontia, cioè Ponza. Ventotene in quella circostanza fu chiamata Pandataria dal genitivo di Pentas-Pentatos più il suffisso aria, come sostiene il Castricino nel suo "Toponomastica greca delle isole ponziane e delle paludi pontine".
Condivido le parole di Ernesto anche perchè già il Tricoli scrive, nell'Ottocento, Monografia alle isole del Gruppo Ponziano e ancor prima il Dolomieu con Mèmoire sur Les iles Ponces (Memoria sulle Isole Ponziane).
Quindi cerchiamo di non sbagliare più...le nostre isole fanno parte dell'Arcipelago Ponziano.


L'isola di Ponza



L'isola di Palmarola



In lontananza l'isola di Zannone con i colori dell'alba

(Foto di Rossano Di Loreto)



L'isola di Ventotene

(Foto dalla pagina Facebook VentoteneMia)


L'isola di Santo Stefano

(Foto dalla pagina Facebook AmoVentotene)

domenica 24 luglio 2016

L'affondamento del piroscafo Santa Lucia

Qualche anno fa, a Ponza, ho partecipato ad una serata veramente speciale.
Sulla banchina Mamozio si ricordava l’affondamento del piroscafo Santa Lucia avvenuto il 24 luglio del 1943, a due miglia dall’isola di Ventotene.
Mirella Romano, che in quell’affondamento ha perso il papà, era molto emozionata, i suoi occhi brillavano. Dopo tanti anni, finalmente, grazie alle sue ricerche, riusciva a raggiungere un obiettivo prefissato da tanto tempo, cioè sapere la verità su quell’affondamento.
Per anni erano circolate voci e leggende ma nessuna verità sull’accaduto.
Durante una vacanza a Ponza, il sottotenente di vascello Giulio Cargnello, responsabile dell’archivio storico del Comando Generale delle Capitanerie di Porto, incontrò Mirella e prese a cuore la sua storia.
Nell’archivio riescì a ritrovare l’incartamento riguardante il Santa Lucia.
Finalmente la verità!
È stata un’operazione di guerra in quanto gli alleati volevano fiaccare l’Italia bombardando tutto quello che capitava.
Quella mattina del 24 luglio 1943 gli aerei erano otto ed erano partiti dalla base di Protville, in Tunisia.
Quattro si lanciarono sul Santa Lucia mentre gli altri colpirono una piccola imbarcazione, presumibilmente tedesca.
Nella serata del 24 luglio 2008 era presente anche un ospite d’eccezione, l’ultimo superstite di quell’affondamento, ritrovato, per puro caso, qualche mese prima.
È Vincenzo Moretti, in quel tempo carabiniere, si trovava su quella nave insieme ad altri colleghi. Non sapeva nuotare e si salvò restando attaccato ad un pezzo di legno.
Da tutta questa vicenda è stato realizzato un documentario storico, proiettato quella sera, che racconta la storia e raccoglie molte testimonianze.
Io però ho una testimonianza inedita, quella di mia madre Elvira.
Era appena diciassettenne ed era andata a Ventotene il 18 luglio per aiutare sua sorella Olga che aveva due bambine piccole.
Racconta che su quella nave c’era anche una sua amica, Antonietta Galano e si dovevano incontrare a Ventotene.
Mia madre vide l’orribile spettacolo dell’affondamento dalla finestra di casa di don Aniello Conte, suo zio, che era cappellano dell’ergastolo di Santo Stefano.
In 28 secondi la nave affondò con il suo carico di vite umane, lasciando sulla superficie del mare un’enorme macchia.
Racconta anche che il giorno precedente all’affondamento, oltre al Santa Lucia, fu mitragliata la lavanderia di Santo Stefano, per fortuna senza danni. Lei ed altre persone trascorsero la notte in una grotta sotto l’ergastolo.
Anche se era molto giovane ricorda perfettamente quell’orrore.
Sono andata a visitare la stanza, nel museo di Ponza, dove sono raccolti i reperti ritrovati in fondo al mare del Santa Lucia. Ci sono innumerevoli oggetti, le foto delle persone disperse in mare, articoli di giornale ma quello che mi ha più colpita è il cappottino di Mirella. Suo padre glielo aveva regalato prima di morire ( lei aveva due anni ) e che sua madre aveva conservato gelosamente per tanto tempo.
È grazie alla tenacia di Mirella che questa storia non è stata dimenticata e dopo 65 anni si è giunti alla verità.
Chi volesse visionare il documento storico può farlo andando sul sito:
Il dipinto nell'immagine è di Luca Ferron ed è visibile nel museo di Ponza.
Ecco il sito dell'artista: http://www.lucaferron.com/index.php?pagina=dipinti


Il piroscafo Santa Lucia entra nel porto di Ponza



Il piroscafo Santa Lucia

venerdì 23 maggio 2014

Isola di Santo Stefano vendesi......

Santo Stefano è un'isola che fa parte dell'Arcipelago Ponziano, precisamente si trova di fronte a Ventotene ed è tristemente famosa per l'ergastolo, aperto nel 1795, in cui sono stati rinchiusi anche personaggi come Luigi Settembrini, Gaetano Bresci (attentatore del Re Umberto I) ed il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel periodo fascista.
Ne ho già scritto, in altri post, del carcere di Santo Stefano perchè per molti anni è stato cappellano il ponzese, don Aniello Conte che fu testimone nella causa di Carlo Corbusiero, detenuto innocentemente ed in seguito scarcerato.
L'ergastolo venne progettato, per ordine di Ferdinando IV di Borbone, da Francesco Carpi che aveva seguito i lavori del porto e degli edifici a Ponza. Per ironia della sorte, Francesco Carpi venne rinchiuso nel carcere che lui stesso aveva costruito per dissensi con il Sovrano.
Qualche giorno fa un'agenzia immobiliare ha messo l'annuncio che un privato vuole vendere l'isola di Santo Stefano.
Certo non può essere messa in vendita l'area in cui sorge il carcere perchè è un bene del Demanio, che è compresa in circa 3000 metri quadri, ma la zona circostante, 25 mila metri quadri, è di un privato.
Nell'annuncio si legge: "L'isola di Santo Stefano esercita un richiamo turistico notevole: gli scorci naturali, lo splendido mare ed i fondali ricchi di pesci e flora marina costituiscono uno scenario unico per chi ama il mare e gli sport subacquei. S.Stefano costituisce infatti un paradiso naturalistico."
Si legge ancora che: "....i fabbricati presenti nell'area privata, raggiungono una superficie coperta di mq 2000, "accatastati nella quasi totalità".
Non c'è rete idrica ma ci sono numerose cisterne di raccolta d'acqua piovana, la produzione di energia elettrica è affidata ai pannelli solari."
Non è la prima volta che si cerca di vendere Santo Stefano.....peccato che sull'isola  non si possa far niente per i numerosi vincoli....anzi una fortuna....
I fondali è vero che sono ricchi di pesci ma fanno parte della Riserva Marina......e intanto il carcere, chiuso nel 1965, è in rovina.....
Sarebbe interessante recuperarlo......quante storie si potrebbero raccontare....
Questo video mostra l'isola di Santo Stefano ed il carcere.


Questo video è di Giancarlo Giupponi


sabato 7 novembre 2009

Ritorno alle origini…

Qualche giorno fa leggevo su internet che il 24 ottobre a Villa Arbusto di Lacco Ameno nell’isola d’Ischia è stata allestita una mostra storica e fotografica in cui si è raccontato di “Ponza, l’altra Ischia”.
Gli antenati dei ponzesi, infatti, venivano proprio dall’isola campana….
Nel 1734, Carlo III di Borbone inviò a Ponza 52 famiglie ischi tane che si stabilirono nella parte meridionale dell’isola, il porto.
Nella vallata di Santa Maria si stabilì Mattia Mazzella con la moglie e sette figli.
Ogni colono aveva il suo pezzo di terra da coltivare ed alcune zone dell’isola hanno preso la denominazione proprio dai cognomi di quelle famiglie come “I Conti” e gli “Scotti”.
La  Ponza di quel tempo era un territorio in stato di abbandono e i coloni hanno dovuto lavorare duramente per trarre qualche profitto dai loro terreni….
Dopo 275 anni, qualche mese fa, due ischitani, Giuseppe Mazzella e Gianni Vuoso, sono andati a Ponza ripercorrendo “I viaggio di Mattia” che hanno documentato con un reportage.
Sono molte le cose in comune  tra Ponza e Ischia…oltre ai cognomi, anche i termini dialettali, la cucina….
Sarebbe bello, comunque, creare un ponte tra Ponza e Ischia, l’isola dei nostri antenati…..

Nella foto, il mio bisnonno materno Placido Conte…era un contadino e viveva sui Conti.
Suo fratello Antonino, sacerdote, si prodigò per la costruzione della chiesa di San Giuseppe a Santa Maria i cui lavori erano fermi ormai da molto tempo.
Entrambi vissero nell’ottocento.
Placido, con sua moglie Agnese, ebbe molti figli tra cui Salvatore, mio nonno e don Aniello Conte, cappellano dell’ergastolo di Santo Stefano.

mercoledì 6 agosto 2008

Finalmente….la verità

Qualche sera fa, mentre stavo a Ponza, ho partecipato ad una serata veramente speciale.
Sulla banchina Mamozio si ricordava l’affondamento del piroscafo Santa Lucia avvenuto il 24 luglio di 65 anni fa a due miglia dall’isola di Ventotene.
La serata è stata presentata da Piero Vigorelli, ponzese d’adozione e vicedirettore del TG5.
Mirella Romano, che in quell’affondamento ha perso il papà, era molto emozionata, i suoi occhi brillavano. Dopo 65 anni, finalmente, grazie alle sue ricerche, riusciva a raggiungere un obiettivo prefissato tanto tempo fa, cioè sapere la verità su quell’affondamento.
Per anni erano circolate voci e leggende ma nessuna verità sull’accaduto.
L’estate scorsa, durante una vacanza a Ponza, il sottotenente di vascello Giulio Cargnello, responsabile dell’archivio storico del Comando Generale delle Capitanerie di Porto, incontra Mirella e prende a cuore la sua storia.
Nell’archivio riesce a ritrovare l’incartamento riguardante il Santa Lucia.
Finalmente la verità!
È stata un’operazione di guerra in quanto gli alleati volevano fiaccare l’Italia bombardando tutto quello che capitava.
Quella mattina del 24 luglio 1943 gli aerei erano otto ed erano partiti dalla base di Protville, in Tunisia.
Quattro si lanciarono sul Santa Lucia mentre gli altri colpirono una piccola imbarcazione, presumibilmente tedesca.
Nella serata del 24 luglio 2008 era presente anche un ospite d’eccezione, l’ultimo superstite di quell’affondamento, ritrovato, per puro caso, qualche mese fa.
È Vincenzo Moretti, oggi ottantanovenne, in quel tempo carabiniere, si trovava su quella nave insieme ad altri colleghi. Non sapeva nuotare e si salvò restando attaccato ad un pezzo di legno.
Da tutta questa vicenda è stato realizzato un documentario storico, proiettato quella sera, che racconta la storia e raccoglie molte testimonianze.
Io però ho una testimonianza inedita: quella di mia madre Elvira.
Era appena diciassettenne ed era andata a Ventotene il 18 luglio per aiutare sua sorella Olga che aveva due bambine piccole.
Racconta che su quella nave c’era anche una sua amica, Antonietta Galano e si dovevano incontrare a Ventotene.
Mia madre vide l’orribile spettacolo dell’affondamento dalla finestra di casa di don Aniello Conte, suo zio, che era cappellano dell’ergastolo di Santo Stefano.
In 28 secondi la nave affondò con il suo carico di vite umane, lasciando sulla superficie del mare un’enorme macchia.
Racconta anche che il giorno precedente all’affondamento, oltre al Santa Lucia, fu mitragliata la lavanderia di Santo Stefano, per fortuna senza danni. Lei ed altre persone trascorsero la notte in una grotta sotto l’ergastolo.
Anche se era molto giovane ricorda perfettamente quell’orrore.
Durante i miei giorni a Ponza sono andata a visitare quella stanza, nel museo di Ponza, dove sono raccolti i reperti ritrovati in fondo al mare del Santa Lucia. Ci sono innumerevoli oggetti, le foto delle persone disperse in mare, articoli di giornale ma quello che mi ha più colpita è il cappottino di Mirella. Suo padre glielo aveva regalato prima di morire ( lei aveva due anni ) e che sua madre aveva conservato gelosamente per tanto tempo.
È grazie alla tenacia di Mirella che questa storia non è stata dimenticata e dopo 65 anni si è giunti alla verità.
Chi volesse visionare il documento storico può farlo andando sul sito:
Il dipinto nell'immagine è di Luca Ferron ed è visibile nel museo di Ponza.
Ecco il sito dell'artista: http://www.lucaferron.com/index.php?pagina=dipinti

domenica 28 ottobre 2007

Un ponzese a Santo Stefano

Più di quarant’anni fa, su una piccola isola delle Ponziane, Santo Stefano, esisteva un penitenziario a prova di fuga.
Molti nomi della storia italiana passarono per quel carcere come Luigi Settembrini, Sandro Pertini, Gaetano Bresci e tanti altri.
Fu progettato da Carpi, verso la fine del settecento ed era una struttura semicircolare, a ferro di cavallo con al centro la cappella esagonale.
Per diversi anni, fu cappellano di quel carcere, un ponzese, don Aniello Conte.
Finì sui giornali dell’epoca per aver fatto scarcerare una persona detenuta innocente. Don Aniello aveva raccolto la confessione di un detenuto che oltre ai suoi crimini aveva commesso un omicidio per il quale era stato accusato un’altra persona.
La persona innocente, per ironia della sorte, si trovava anche lui nel carcere di Santo Stefano.
Il cappellano, legato al segreto confessionale, non poteva rivelare la verità. Solo alla morte del colpevole, don Aniello svelò quel segreto.
A Ponza fecero il processo e l’innocente venne liberato.
Questo fatto di cronaca credo sia avvenuto negli anni cinquanta, purtroppo non ne so di più.
Finita la sua missione nel carcere di Santo Stefano, don Aniello si ritirò nella sua casa sui Conti, dove si spense nel luglio del 1961.
Il carcere fu chiuso definitivamente nel 1965.
Foto tratta dal libro di Gin Racheli
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