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mercoledì 26 luglio 2023

L'alba ponzese vista da un viaggiatore di fine Ottocento

 Il viaggiatore è Carl Graeser che visitò le nostre isole verso la fine dell'Ottocento, ne ho già scritto in questo blog. 

Descrive i colori dell'alba all'isola di Ponza con queste parole:

"... A prima mattina, all'aurora, l'effetto è solenne, misterioso come prima di un avvenimento..."

"...Le case dalle tonalità chiare della città interrotte soltanto a volte da un violetto stanco, giacciono silenziose attorno al porto grigio e argenteo. la luce rossa - rubino della lanterna del porto lascia cadere macchie rosso - sangue sull'acqua. come una cornice di bronzo antico il verde degli orti di frutta di Santa Maria spicca sui colori opachi delle rocce frastagliate di tufo, sulle quali guizzano i primi barlumi del giorno. In mezzo promontori e scogli variopinti, tutta la distesa della costa che cambia continuamente colore fino a rischiararsi completamente. E' come un monile di mosaici sottili su seta grigio - perla, davanti alla porta dorata del cielo, ricamato con nuvolette spruzzate di rosa. 

Verrebbe voglia di pregare. "Se pregare significa: giubilare un si e un amen mi avvicino al tuo ardente amore di creatore."

Un pò di foto di albe ponzesi scattate da Rossano Di Loreto










mercoledì 3 novembre 2021

Chiaia di Luna raccontata da Hans Graeser

 Qualche giorno fa Barbara Graeser mi ha contattata in merito al post "L'isola di Palmarola descritta dal Graeser alla fine dell'Ottocento" con il brano di suo nonno Carl.

Era molto contenta e mi ha scritto che in un libro di suo padre, Hans Graeser, figlio di Carl, c'è un piccolo brano in cui si descrive Ponza e precisamente Chiaia di Luna.

Eccolo:

Tratto dal libro: "Zwiesprache mit Ruinen" tradotto in italiano    "Dialogo con le Rovine" nel capitolo dedicato a "Grotte romane, cunicoli, strade e acquedotti" pubblicato prima del 1968.


„Auf der Insel Ponza schenkt uns eine unterirdische römische Strasse einen der schönsten und überraschendsten Ausblicke. Unweit des Hauptortes der Insel, aber von abweisend steilen Felswänden umschlossen, liegt eine halbkreisförmige Bucht: die Chiaia di Luna. Die Halbmondgestalt, von welcher der Name stammt, zeigt uns, dass es sich um einen erloschenen Vulkan handelt, dessen östliche Wandung im Meer versunken ist.

Man muss die Chiaia di Luna gegen Abend bei sinkender Sonne besuchen. Sie ist auch heute noch nur durch den römischen Tunnel erreichbar. Zwei Jahrtausende hat der Tunnel gehalten, obgleich wohl kaum je an ihm repariert wurde. Jetzt ist er baufällig, und man riskiert, einen der viereckigen Steine auf den Kopf zu bekommen vom opus reticulatum, mit dem die Römer den Tunnel verschalt haben. Wie der Name besagt, ist es ein Netzwerk aus auf der Spitze stehenden, quadratischen Steinen. Ich empfinde diese Mauertechnik als die schönste und römischste.

Im ersten Teil des Tunnels gibt es noch einige lichtspendende Luken in der Decke; dann folgt eine sehr dunkle Strecke. Man sieht nur den hellen Ausgang des Tunnels in der Ferne und stolpert über den holprigen Boden. Es kommt mir nicht etwa wie eine Schlamperei vor, dass man noch immer dem tausendjährigen Bau vertraut, vielmehr liegt etwas von einer geheimen Reverenz darin, die den mächtigeren Ahnen erwiesen wird.

Inzwischen haben sich die Augen an die Dunkelheit gewöhnt, und wenn man den Ausgang erreicht, überfällt es einen blau, grün, gelb und rotflammend, denn das Halbrund der Chiaia di Luna öffnet sich genau nach Westen gegen die sinkende Sonne. Ein schmaler Strand aus feinstem Kies säumt das Ufer unterhalb der unzugänglichen Felsen. Das Meer atmet leise mit kleinen plätschernden ‚Wellchen’ aus kristallklarem Wasser. Hier tut es wirklich schwer, nicht an den Goethe’schen Vers zu denken:

 

«Schon tut das Meer sich mit erwärmten Buchten

vor den erstaunten Augen auf.»

 

Traduzione:

 

Sull'isola di Ponza, una strada romana sotterranea ci regala uno dei panorami più belli e sorprendenti. Non lontano dal capoluogo dell'isola, ma circondato da ripide pareti rocciose, si estende una baia semicircolare: la Chiaia di Luna. La forma a mezzaluna, da cui deriva il nome, ci indica che si tratta di un vulcano spento, di cui la parete orientale è sprofondata nel mare. Si deve visitare la Chiaia di Luna la sera quando il sole sta tramontando. Ancora oggi è raggiungibile solo attraverso il tunnel romano. Il tunnel è durato due millenni, anche se non è stato quasi mai riparato. Ora è fatiscente e si rischia di mettersi in testa una delle pietre squadrate dell'opus reticulatum con cui i romani coprivano il tunnel. Come suggerisce il nome, è una rete di pietre appuntite e quadrate. Trovo che questa tecnica muraria sia la più bella e la più romana. Nella prima parte del tunnel sono ancora presenti alcuni boccaporti luminosi nel soffitto; poi segue un percorso molto oscuro. Puoi si vede solo l'uscita luminosa del tunnel in lontananza e si inciampa sul terreno accidentato. Non mi sembra una trasandatezza che ci si fidi ancora dell'edificio millenario, anzi c'è in esso una sorta di segreta riverenza, che viene tributata agli antenati più potenti. Nel frattempo gli occhi si sono abituati al buio, e quando si raggiunge l'uscita, si è accolto da fiamme azzurre, verdi, gialle e rosse, perché il semicerchio della Chiaia di Luna si apre esattamente ad ovest contro il sole che tramonta. Una spiaggia stretta fatta di finissima ghiaia fiancheggia la riva sotto le rocce inaccessibili. Il mare respira dolcemente con piccole onde increspate di acqua cristallina. Qui è davvero difficile non pensare al verso di Goethe:

 

“Già il mare si sta schiudendo con baie riscaldate

davanti agli occhi meravigliati."


Nota:

Hans Graeser completò il manoscritto poco prima della sua morte avvenuta nel 1968. La figlia Barbara ha pubblicato il libro nel 2018 / 19.

 


 


 Il tunnel e la spiaggia di Chiaia di Luna

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)



Il Tunnel che porta alla spiaggia di Chiaia di Luna




 L'uscita dal tunnel verso la spiaggia e i colori del tramonto

(Le foto sono di Dimitri Scripnic)




Chiaia di Luna al tramonto (Foto di Rossano Di Loreto)

domenica 24 ottobre 2021

L'isola di Palmarola descritta dal Graeser alla fine dell'Ottocento

 Carl Graeser nel suo "Aus Indien und Italien" racconta il suo viaggio nelle isole del nostro Arcipelago avvenuto verso la fine dell'Ottocento.

In questo brano racconta la sua visita all'isola di Palmarola. Ecco la sua descrizione:

"...Sono circa le nove: passiamo davanti alla Punta di Mezzogiorno, tra le dentate rupi trachitiche chiamate "due Fratelli" modellate bizzarramente dal vento e dal mare.

Siamo all'estremo lembo sud dell'isola di Palmarola che è una piccola copia dell'isola di Ponza: un pò meno alta (con il monte Guarnieri alto 180 metri).

E' formata in prevalenza da tufi e lave vulcaniche dei vari colori; in un punto della costa occidentale dov'è l'approdo, luccica un filone nero come la pece, che riga la roccia gialla: è l'ossidiana.

C'è quasi aria di festa in questo breve viaggio lungo la costa silenziosa dove rocce scure si alternano a baie di finissima sabbia. Colonne di pietra bruna agli ingressi di grotte buie formano alte pareti costituite da massi simili a tronchi di quercia. Rondini guizzano come ombre sulle balze di tufo chiazzate di mirti.

Verso l'approdo c'è un faraglione detto Scoglio di Silverio sul quale biancheggia il rudere di una antica cappella. Si dice che l'abbia fatta costruire lo stesso papa Silverio durante la sua relegazione. Oggi è venerato come santo e martire.

Ma la storia è un pò strana. Al tempo cui ci riferiamo le lotte di religione sono passate. Sotto Giustiniano i conflitti interni cominciano a fiaccare la Chiesa. Teodora, elevatosi da prostituta a imperatrice, si schiera con l'antipapa Vigilio e fa catturare Silverio esiliandolo in queste isole dove si spegne.

Così le isole ebbero l'onore di un papa e un faraglione ne prese il nome. Persino un concilio, benchè ristretto nel numero dei partecipanti, fu tenuto dal papa confinato nel 539.

Sulle colline presso l'approdo abitano alcune famiglie. Hanno scavato le loro dimore incavandole nella roccia, così come hanno fatto i coloni di Le Forna, pure loro dei veri cavernicoli.

Qui a Palmarola coltivano la vite, grano e patate. Ma tutto ciò che producono è bastevole appena per sopravvivere e d'inverno devono essere provvisti da Ponza, spesso con il pericolo della vita.

Sono uomini robusti, taciturni, dai volti duri come fossero intagliati nel legno. Vengono e vanno, qui, senza levatrice e senza dottore!

"A bestia! a bestia!", digrignando i denti una donna bruna mi grida quasi e mi racconta di come questa primavera il monte si è scosso ed ha distrutto tutti i terrazzi coltivati a vite, ricavati faticosamente durante i lunghi anni.

"A bestia!", continua a ripetere, digrignando ancora i denti e serrando i pugni nerboruti verso il monte, come a maledirlo.

Il marito è emigrato in Argentina per "guadagnare i soldi". "Ma anche là c'è solo truffa", e accompagna le parole con un gesto sdegnoso della mano. Mi dà gentilmente dell'acqua e non accetta denaro."

Nota:

Carl Graeser, svizzero, laureato in Medicina, ricercatore sulle malattie tropicali, dopo essere stato in India si stabilisce a Napoli e da qui visita l'Arcipelago Ponziano

Altra nota:

"A bestia" a cui riferisce la donna a Palmarola presumo siano le scosse di terremoto avvenute in queste isole tra novembre e dicembre del 1892


Queste splendide foto dell'isola di Palmarola sono di Dimitri Scripnic, maggio 2021

















































venerdì 25 giugno 2021

La pianta di fichi

 " Presente in numero rilevante su tutte le isole, appartiene alle piante selvatiche del caprificus. Le radici possono allungarsi, nella ricerca di risorse d'acqua, per decine di metri.

Nel passato i fichi hanno rappresentato un'importante risorsa alimentare: seccati al sole erano conservati per mesi e da essi si estraeva anche un decotto efficace come espettorante. Il lattice dei piccioli era utilizzato per seccare i porri della pelle.

Un bell' esemplare di fico si trova a Ponza all'ingresso della Grotta del Serpente a S.Maria. Sicuramente centenario, perchè ricordato da Carl Graeser nella sua Memoria di viaggio a Ponza del 1898."

(Dal libro "Flora illustrata di Ponza" di G. e S. Mazzella)




Pianta di fico all'isola di Ponza  


La pianta di fico di cui racconta il Graeser nel 1898 davanti alla Grotta del Serpente. La foto è di qualche anno fa quando l'ingresso fu ripulito da alcuni volontari



Un bel cesto pieno di fichi di Ponza
(Foto di Tulica Coppola, Ristorante Monte Guardia)

domenica 10 gennaio 2021

Il cavaliere sindaco dell'Ottocento: Vincenzo De Luca

 La strada che è davanti alla scuola primaria di Ponza, in località Parata, è intitolata a Vincenzo De Luca. 

Ma chi era? Cosa sappiamo di lui?

Sindaco dell'isola di Ponza dal 1868 al 1898,  morì improvvisamente, per una crisi cardiaca, il 17 novembre 1898, proprio mentre stava per essere rieletto. Era un farmacista e di lui racconta anche il viaggiatore  Carl Graeser che visitò Ponza verso la fine dell'Ottocento

Graeser appena arrivato a Ponza lo descrive così: "Mi viene incontro un uomo dall'aspetto energico e intelligente, con una vistosa somiglianza con Crispi. Si dice che prima la ostentasse ma da quando il potente statista è caduto in disgrazia, cerca in ogni modo di dissimularla.

Ad un suo cenno, che mi richiama la canzone del "Tiranno di Mottenburg", mi mettono a disposizione la camera di rappresentanza, quella più bella, con il letto matrimoniale. E' un pò primitiva, ma le intenzioni sono buone ..."

Ancora Graeser visitando Zannone scrive così: "...Zannone, o Sinonia come anticamente veniva chiamata, non è abitata che da un guardiano con la sua famiglia. Si è installato sui resti di quello che una volta era il convento cistercense.

Una comoda stradina di pietre sgrossate, tenute da malta cementizia, ci porta, in leggera salita, dall'approdo verso la cima (di mt. 179).

 Camminiamo per questa stradina su uno strato di pietre vulcaniche, dure e acuminate. Naturalmente sono molto meravigliato.

 "Questa strada l'ha fatta costruire il "cavaliere- sindaco" per la sua casa di caccia", mi viene risposto. "In primavera e in autunno, quando è il passo delle quaglie, lui viene sull'isola per qualche giorno a caccia". La stradina di pietra nuda che conduce alla casina del sindaco di Ponza mi infonde un grande rispetto".

Tra le opere più importanti realizzate durante l'amministrazione del sindaco De Luca fu la trasformazione della Batteria Leopoldo, sulla collina della Madonna, in cimitero. Le grotte, i dormitori dei soldati divennero sepolcreti, cappelle, e tutto venne recintato da mura. Anche il recupero dei tunnel di Sant'Antonio e Giancos fu determinante poichè per spostarsi da un luogo ad un altro bisognava inerpicarsi su sentieri impervi e faticosi.



Il sindaco Vincenzo De Luca

In questo gruppo di persone il cavaliere sindaco Vincenzo De Luca con i baffi bianchi


Via Vincenzo De Luca

domenica 10 dicembre 2017

La leggenda del Core

Carl Graeser, durante il suo soggiorno a Ponza, verso la fine dell'Ottocento, ha visitato molti luoghi dell'isola, ha ascoltato storie che attraverso le sue parole sono giunte fino a noi.
Nel suo libro  Aus Indien und Italien (Dall'India all'Italia) racconta anche la leggenda del Core.
Mentre è in barca, dopo aver visitato le varie grotte e scogli che circondano l'isola racconta così: "...Quando torniamo è ormai sera. Le rocce imponenti con le loro sagome e ombre si innalzano come bizzarri fantasmi. Tutta questa calma mi porta tristi pensieri di solitudine.
"Vedete il cuore?", mi dice, scuotendomi il pilota, "lassù la roccia bianca, sullo scoglio del Core?".
Davvero una parete bianca si eleva come la facciata di un duomo, e sulla destra è inchiodato un cuore, il "cuore insanguinato di un gigante". Il portone del 'duomo' è aperto: scivoliamo nel tempio roccioso.
Dentro c'è una oscurità crepuscolare simile a quella dell'ultima luce del giorno che penetra dalla vetrata a colori e il vecchio mi racconta la storia del 'cuore'.
"Qui un tempo molto molto lontano abitavano i Giganti che in lunghi e innumerevoli anni scavarono grotte gettandone i detriti nel mare.
Ma nel mare vivevano gli Dei delle acque con i quali i Giganti erano sempre in guerra continua.
Ora proprio in questa grotta veniva a bagnarsi la figlia di un Re. Uno degli dei dell'acqua se ne innamorò e la fece sua sposa.
E qui viene il bello, perchè " burraschi e donne fanno secche vonne!" (burrasche e donne fanno quel che vogliono!).
Don Luigi interrompe il suo racconto come per dire "so bene quello che dico", cullando la testa come è solito fare. Poi continua: "la figlia del re dei giganti, orgogliosa della sua bellezza, voleva che tutti fossero innamorati di lei e, incurante di ogni riguardo, spesso tradiva il suo coniuge.
Ma questi, potente signore del mare, fa la sua vendetta. Con un rabbioso comando agita le acque che s'alzano vorticose e inondano la riva dove la donna infedele annega miseramente. Allora il dio tradito afferra l'inerte corpo della fanciulla e ne strappa il cuore che ancora sanguinante, inchioda sulla pallida rupe.
Sono passati i secoli: il cuore dell'infedele è sempre lì, saldato alla roccia, mentre quello del dio che abita nelle spelonche marine è ancora colmo d'amore e di rabbia e non trova pace.
Ancora oggi nelle notti di burrasca si odono grida e lamenti che echeggiano nel cavo delle onde e nei cunicoli della cala che appunto per quel che vi ho raccontato si chiama Cala del Core.



Il cuore scolpito nella roccia



Cala del Core



La grotta del Core dove come racconta la leggenda andava a bagnarsi la figlia del Re dei Giganti



La grotta del Core

(Immagini reperite in rete)

venerdì 1 dicembre 2017

Le Grotte azzurre di Ponza

Un tempo alle grotte azzurre ci arrivavamo con una barchetta a remi e in una di esse era veramente uno spettacolo. Oggi sono dimenticate eppure sono a di fronte al porto, a due passi dalla frazione di Santa Maria.
D'estate è ormai impossibile entrarci per la quantità di natanti che ne ostacola l'accesso.
Il viaggiatore dell'Ottocento Graeser ne descrive la bellezza, lui le chiama grotte di Pilato.
Ecco le sue parole: "Sotto il promontorio di Santa Maria, proprio di fronte al porto, ci sono le grotte di Pilato, da non confondere con i bagni di Pilato situate dall'altra parte, con tre imponenti caverne che vengono usate come bagni, specie quella centrale che è la più grande.
E' meraviglioso bagnarsi in questa sala a cupola. Il pavimento è come smeraldo liquido ove luccicano lapislazzuli.
Come in un imponente Pantheon le pareti si inarcano risplendenti come metallo, dai colori verde, ocra pallido e azzurro, fino all'orlo che bagna l'acqua dal colore rosa-violetto.
E' stupendo immergersi nei favolosi miracoli del fondo: mani argentee afferrano cupidamente i preziosi che brillano, e, trattenendo il respiro, li portano alla luce, per poi farli ricadere quasi con disprezzo come ciottoli grigi che ritornano di nuovo ad illuminarsi sul fondo come purissimi monili.
La grotta di Pilato è illuminata da aperture laterali, un pò sotto il livello dell'acqua, da dove entra la luce, come nella grotta azzurra di Capri, solo che questa non è azzurra ma di un verde intensissimo. In fondo alla grotta si allarga una spiaggia di piccoli sassi, che sembra fatta apposta per servire da spogliatoio."
Una descrizione fantastica!!!


L'interno della grotta azzurra
(Foto di Giovanni D'Atri)



Le grotte azzurre viste dalla Torre dei Borboni con i natanti davanti che ne ostacolano l'accesso
(estate 2016)



In primo piano la Torre, in lontananza le grotte azzurre



Il porto di Ponza vista dalla grotta azzurra

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)


L'interno della grotta azzurra in una foto degli anni sessanta tratta dalla rivista "Ponza mia"

Nota:
Le grotte di Pilato citate da Graeser sono oggi chiamate grotte azzurre da non confondersi con i bagni di Pilato sotto il promontorio della Madonna o con la grotta di Pilato altro nome della cisterna di via Parata.
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