sabato 17 gennaio 2026

L' ammutinamento dei condannati di S. Stefano

Questo episodio è accaduto a novembre del 1943 nell'Ergastolo di Santo Stefano, Arcipelago Ponziano.

 "Da settembre a novembre la vita nelle due isole fu precaria e piena di incognite dolorose. Gli ergastolani insistevano in malo modo chiedendo la libertà.

Malauguratamente un Brigadiere degli Agenti di custodia uccise un detenuto, a S.Stefano.

Scoppiò la rivolta. Il bandito Pollastro, celebre fuorilegge ligure che parlando con me affermò un giorno di non sapere il numero di esseri umani che aveva ammazzato in vita sua; e Mariani, l'anarchico che gettò la bomba nel teatro Diana di Milano, al tempo del fascismo, si posero a capo degli insorti e, disarmati gli agenti, impadroniti dei depositi d'armi, munizioni e viveri, fecero prigionieri tutti i dirigenti. Chiusero in una stanza dell'appartamento del Direttore del carcere lui, il medico, l'ufficiale postale, con le rispettive famiglie e il cappellano e, distribuiti i gradi militari ai più animosi della truppa, pensarono di recarsi in rappresentanza a Ventotene per trattare l'evasione dei carcerati e il loro ritorno in continente. Pollastro che, al momento dell'insurrezione, per essersi gettato giù da un alto muro di cinta del carcere, s'era fratturata una gamba pur essendo il Generale, non potè capeggiare la legazione. Mandò il suo luogotenente-Generale, Mariani.

Era Sindaco di Ventotene D. Fortunato Verde, figlio del fu D. Giuseppe, anche lui già stato Sindaco di Ventotene per ben 40 anni.

Essendo il sindaco anche appaltatore di tutte le forniture viveri di S. Stefano, s'era recato un mattino di quel novembre 1943, accompagnato dal suo adolescente figlio Peppino, per le provvidenze quotidiane. Quando entrambi giunsero  alla sommità dell'approdo N. 4 - salita secondaria da scirocco - s'accorsero che due detenuti vestiti a nuovo e... armati di tutto punto, erano ad aspettarli.

Costoro rassicurarono i sopraggiunti che nessuno avrebbe fatto loro del male e li invitarono a venire presso il Comando Generale degli insorti per...ricevere ordini. D. Fortunato capì. Bisognava ottenere i motoscafi della P. S. di Marina che erano restati a Ventotene al comando del Brigadiere Russo. Quindi il sindaco - ostaggio dovè accompagnare il Luogotenente - Generale Mariani, fortemente armato, a parlamentare con la P. S. e a preparare la partenza dei detenuti.

Dopo varie peripezie e con tanta abilità, il Brigadiere Russo, d'accordo coi maggiorenti di paese, stabilì una vera mobilitazione civile di tutti gli uomini validi dell'isola per la difesa della popolazione in evidente pericolo, a causa degli insorti. Costoro avrebbero potuto piombare improvvisamente sul centro abitato e far del male agl'inermi. Disarmò quindi di sorpresa il Mariani e, avvertito il Comando Alleato residente a Ischia, mandò ambasciatori, a nome del Sindaco liberato, agl'insorti perchè s'arrendessero, issando bandiera bianca alla sommità del carcere. Se non volevano farlo, le navi alleate, che stavano per sopraggiungere, avrebbero cannoneggiato e distrutto l'Ergastolo, massacrando insorti e prigionieri.

Ci fu allora un episodio veramente patetico e risolutivo.

I Dirigenti erano rimasti asserragliati nell'appartamento del Direttore, come già detto. Non potevano nemmeno affacciarsi ad una finestra, pena la fucilazione. Non si sa come essi appresero l'intimazione della resa. Bisognava parlare agli insorti. Il Cappellano D. Aniello Conte da Ponza che tutta la vita sua sacerdotale aveva speso nell'assistenza amorosa e intelligente dei carcerati, creature le più povere e bisognose d'amore e di redenzione, si offrì allo scopo.

"Se mi uccidessero, disse ai suoi colleghi bloccati, che tentavano di dissuaderlo, non lascerei problemi insoluti per me. La mia lunga carriera di uomo di Dio e delle Galere finirebbe in bellezza". Sprezzante quindi d'ogni pericolo e anche perchè ogni indugio poteva essere fatale per tutti, s'affacciò al balcone centrale del Direttore e,  con la sua sagoma estenuata di annoso asceta, il suo unico braccio, il destro (giacchè era monco del suo sinistro) con la sua voce baritonale e bonaria nota a tutti, arringò gli armati roventi e con parole paterne, dolcissime, poche invero, giacchè poche ne occorrevano, fece notare che, come sempre li aveva amati, consigliati, difesi, istruiti (- era infatti l'unico maestro che insegnava a leggere e a scrivere a due terzi dei detenuti  analfabeti - e inoltre anche il censore della loro corrispondenza, che trovavasi poi sempre dalla parte di chi aveva torto...) li amava anche adesso, consigliandoli di tornare a fare i bravi ragazzi"..." Se poi ci tenete a massacrare tutti, finì, uccidete prima me, ma per amore delle creature innocenti, chiuse con noi adulti in questo appartamento ( alludeva ai figli dei Dirigenti), alzate la bandiera della pace". - Fu certamente una grazia di Dio se a parole di tanta bontà si sciolse il ghiaccio di quei poveri cuori irrigiditi e gli ergastolani di Santo Stefano, riportando nel deposito le armi, si riconsegnarono ai Custodi, usando la bandiera bianca. Erano salvi tutti. Poteva in simile congiuntura essere stata assente l'intercessione presso Dio di Santa Candida, Patrona? 

I Ventotenesi d'allora e quanti vi riflettono ancor oggi, rispondono di no.  

Ancora una volta Santa Candida li aveva salvati. Dopo tale incidente, oltre 100 detenuti, racconta sempre D. Fortunato, furono trasferiti, con un motoveliero ischitano, nel Carcere di Procida; Pollastro col Mariani furono smistati altrove"

(Tratto dal libro di Mons. Luigi M. Dies "L'isola di Ventotene un faro del Tirreno")

Nota:

Don Aniello Conte era lo zio di mia madre Elvira, il fratello di nonno Salvatore. Mia madre raccontava spesso di suo zio ed anche di questo episodio.





L'ergastolo di Santo Stefano

Don Aniello Conte

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