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sabato 17 gennaio 2026

L' ammutinamento dei condannati di S. Stefano

Questo episodio è accaduto a novembre del 1943 nell'Ergastolo di Santo Stefano, Arcipelago Ponziano.

 "Da settembre a novembre la vita nelle due isole fu precaria e piena di incognite dolorose. Gli ergastolani insistevano in malo modo chiedendo la libertà.

Malauguratamente un Brigadiere degli Agenti di custodia uccise un detenuto, a S.Stefano.

Scoppiò la rivolta. Il bandito Pollastro, celebre fuorilegge ligure che parlando con me affermò un giorno di non sapere il numero di esseri umani che aveva ammazzato in vita sua; e Mariani, l'anarchico che gettò la bomba nel teatro Diana di Milano, al tempo del fascismo, si posero a capo degli insorti e, disarmati gli agenti, impadroniti dei depositi d'armi, munizioni e viveri, fecero prigionieri tutti i dirigenti. Chiusero in una stanza dell'appartamento del Direttore del carcere lui, il medico, l'ufficiale postale, con le rispettive famiglie e il cappellano e, distribuiti i gradi militari ai più animosi della truppa, pensarono di recarsi in rappresentanza a Ventotene per trattare l'evasione dei carcerati e il loro ritorno in continente. Pollastro che, al momento dell'insurrezione, per essersi gettato giù da un alto muro di cinta del carcere, s'era fratturata una gamba pur essendo il Generale, non potè capeggiare la legazione. Mandò il suo luogotenente-Generale, Mariani.

Era Sindaco di Ventotene D. Fortunato Verde, figlio del fu D. Giuseppe, anche lui già stato Sindaco di Ventotene per ben 40 anni.

Essendo il sindaco anche appaltatore di tutte le forniture viveri di S. Stefano, s'era recato un mattino di quel novembre 1943, accompagnato dal suo adolescente figlio Peppino, per le provvidenze quotidiane. Quando entrambi giunsero  alla sommità dell'approdo N. 4 - salita secondaria da scirocco - s'accorsero che due detenuti vestiti a nuovo e... armati di tutto punto, erano ad aspettarli.

Costoro rassicurarono i sopraggiunti che nessuno avrebbe fatto loro del male e li invitarono a venire presso il Comando Generale degli insorti per...ricevere ordini. D. Fortunato capì. Bisognava ottenere i motoscafi della P. S. di Marina che erano restati a Ventotene al comando del Brigadiere Russo. Quindi il sindaco - ostaggio dovè accompagnare il Luogotenente - Generale Mariani, fortemente armato, a parlamentare con la P. S. e a preparare la partenza dei detenuti.

Dopo varie peripezie e con tanta abilità, il Brigadiere Russo, d'accordo coi maggiorenti di paese, stabilì una vera mobilitazione civile di tutti gli uomini validi dell'isola per la difesa della popolazione in evidente pericolo, a causa degli insorti. Costoro avrebbero potuto piombare improvvisamente sul centro abitato e far del male agl'inermi. Disarmò quindi di sorpresa il Mariani e, avvertito il Comando Alleato residente a Ischia, mandò ambasciatori, a nome del Sindaco liberato, agl'insorti perchè s'arrendessero, issando bandiera bianca alla sommità del carcere. Se non volevano farlo, le navi alleate, che stavano per sopraggiungere, avrebbero cannoneggiato e distrutto l'Ergastolo, massacrando insorti e prigionieri.

Ci fu allora un episodio veramente patetico e risolutivo.

I Dirigenti erano rimasti asserragliati nell'appartamento del Direttore, come già detto. Non potevano nemmeno affacciarsi ad una finestra, pena la fucilazione. Non si sa come essi appresero l'intimazione della resa. Bisognava parlare agli insorti. Il Cappellano D. Aniello Conte da Ponza che tutta la vita sua sacerdotale aveva speso nell'assistenza amorosa e intelligente dei carcerati, creature le più povere e bisognose d'amore e di redenzione, si offrì allo scopo.

"Se mi uccidessero, disse ai suoi colleghi bloccati, che tentavano di dissuaderlo, non lascerei problemi insoluti per me. La mia lunga carriera di uomo di Dio e delle Galere finirebbe in bellezza". Sprezzante quindi d'ogni pericolo e anche perchè ogni indugio poteva essere fatale per tutti, s'affacciò al balcone centrale del Direttore e,  con la sua sagoma estenuata di annoso asceta, il suo unico braccio, il destro (giacchè era monco del suo sinistro) con la sua voce baritonale e bonaria nota a tutti, arringò gli armati roventi e con parole paterne, dolcissime, poche invero, giacchè poche ne occorrevano, fece notare che, come sempre li aveva amati, consigliati, difesi, istruiti (- era infatti l'unico maestro che insegnava a leggere e a scrivere a due terzi dei detenuti  analfabeti - e inoltre anche il censore della loro corrispondenza, che trovavasi poi sempre dalla parte di chi aveva torto...) li amava anche adesso, consigliandoli di tornare a fare i bravi ragazzi"..." Se poi ci tenete a massacrare tutti, finì, uccidete prima me, ma per amore delle creature innocenti, chiuse con noi adulti in questo appartamento ( alludeva ai figli dei Dirigenti), alzate la bandiera della pace". - Fu certamente una grazia di Dio se a parole di tanta bontà si sciolse il ghiaccio di quei poveri cuori irrigiditi e gli ergastolani di Santo Stefano, riportando nel deposito le armi, si riconsegnarono ai Custodi, usando la bandiera bianca. Erano salvi tutti. Poteva in simile congiuntura essere stata assente l'intercessione presso Dio di Santa Candida, Patrona? 

I Ventotenesi d'allora e quanti vi riflettono ancor oggi, rispondono di no.  

Ancora una volta Santa Candida li aveva salvati. Dopo tale incidente, oltre 100 detenuti, racconta sempre D. Fortunato, furono trasferiti, con un motoveliero ischitano, nel Carcere di Procida; Pollastro col Mariani furono smistati altrove"

(Tratto dal libro di Mons. Luigi M. Dies "L'isola di Ventotene un faro del Tirreno")

Nota:

Don Aniello Conte era lo zio di mia madre Elvira, il fratello di nonno Salvatore. Mia madre raccontava spesso di suo zio ed anche di questo episodio.





L'ergastolo di Santo Stefano

Don Aniello Conte

venerdì 13 settembre 2024

L'isola di Mariano

 Recentemente Antonio De Luca ha pubblicato un libro veramente interessante "L'isola di Mariano memorie dal carcere di Santo Stefano".

Mariano Picicco, attraverso Antonio De Luca, racconta gli anni trascorsi sull'isolotto di Santo Stefano, luogo in cui suo padre, Silverio, lavorava nell'ufficio postale. Erano i primi anni '60, il carcere chiuse i battenti il 2 febbraio 1965.

Nella prima parte del libro è raccontata la famiglia di origine di Mariano, e quella nonna, Maria Picicco, la mamma dei confinati, che aiutò persone costrette a stare a Ponza durante il ventennio fascista, come Nenni, Terracini e tanti altri.

Mariano non poteva stare a Santo Stefano perchè era piccolo, doveva andare a scuola, quindi viveva a Ponza con la nonna Maria Picicco. Andava sull'isolotto durante le feste di Natale, a Pasqua, ed in estate. Non vedeva l'ora di andarci così poteva stare con i suoi genitori ma anche perchè poteva vivere in libertà a differenza dei detenuti nell'ergastolo. Per Mariano Santo Stefano era un vero paradiso, mare bellissimo e campagna ricca di ogni ben di Dio. Percorreva con la bicicletta tutti i giorni  la strada intorno al penitenziario, era curioso di scoprire quel mondo a lui sconosciuto.

La famiglia Picicco avevano rapporti di amicizia con gli agenti di custodia che vivevano lontano dalle proprie famiglie. Mariano racconta: "a Natale, mia madre preparava le zeppole e si brindava al nuovo anno insieme a questi sfortunati, che non erano riusciti ad ottenere la licenza per far ritorno alle proprie case. Ognuno raccontava la sua storia di famiglia e gli inevitabili aneddoti. Nei giorni di Natale e Pasqua, la mia famiglia diventava una famiglia allargata e, mia madre si prestava ben volentieri ad ospitare le guardie, facendole sentire come a casa loro e diventando per loro come una seconda madre. Indubbiamente aveva la capacità di farsi volere bene da tutti."

Ha conservato dei bellissimi ricordi e quarant'anni dopo ha ripercorso i luoghi della sua infanzia ricordando tutto.

Mariano ricorda perfettamente il giorno in cui giunse per la prima volta a Santo Stefano.

Ecco il suo racconto:

"Alla Marinella, piccolo approdo dell'isola, c'erano gli Agenti di Custodia che si occupavano di far scendere le persone e le merci. Io e mia mamma cominciammo a salire per un lungo pendio che, a zig zag, si inerpicava fino alla sommità dell'isola..."

"...Lungo la salita al carcere, rimasi particolarmente incuriosito alla vista di alcuni grossi cartelli che indicavano la natura del luogo ai visitatori o agli ergastolani. In particolare notai una scritta sul cemento che dopo, con consuetudine, avrei continuato a leggere: "Lasciate ogni speranza voi che entrate". Naturalmente la frase di Dante era rivolta agli ergastolani che salivano per la prima volta sull'isola. Era una tipica giornata estiva, di calura e afa. Si sentiva il frinire delle cicale e si avvertiva un forte odore di ginestra, che ancora adesso, quando lo sento, mi riporta a quei giorni. Il riverbero della terra rendeva ogni cosa irreale e da lontano si scorgeva il luccichio del mare. Si sentiva in lontananza il rumore della centrale elettrica che erogava l'energia con dei motori diesel. Si faceva fatica a salire a causa del caldo ma io, data la forte emozione e impazienza, avrei voluto accelerare ancor più il passo per arrivare prima da mio padre. Una volta giunto sotto le mura del carcere, notai che le guardie controllavano tutto, armate di fucile, andando stancamente avanti e indietro lungo il perimetro del penitenziario..."

"...Sulla porta dell'ufficio postale, mio padre, insieme a mio fratello e al cane Ilo, gioirono molto per il mio arrivo. Davanti alla porta dell'ufficio, che era anche l'ingresso dell'abitazione dell'ufficiale postale, c'era una rete di pescatori che serviva per non far entrare le mosche. Tutto intorno c'era un bel giardinetto e in fondo lo spaccio delle guardie e la chiesa. Finalmente ero giunto alla mia tanto desiderata isola, un mondo da esplorare e capire..."

Sono riportate tante storie come quella di Gaetano Bresci che uccise il re Umberto I e morì a Santo Stefano.

Ritengo questo libro veramente interessante, è la narrazione di un mondo sconosciuto ma che mi ha un pò riportata ai racconti di mia madre Elvira che più volte è stata a Santo Stefano poichè suo zio, don Aniello Conte, era cappellano del carcere.

Il libro si può acquistare a Ponza nell'edicola di Ricciolino oppure on line.

La copertina del libro


Maria Picicco con le allieve della scuola di ricamo


La nave "Isola di Ponza" in rada a Santo Stefano


Uno dei cartelli posizionati lungo la salita al carcere di Santo Stefano


L'interno della chiesa com'era


Il centro della cittadella del carcere di Santo Stefano


Il salone del barbiere del carcere di Santo Stefano


Il carcere di Santo Stefano


La casa di Mariano sull'isola di Santo Stefano


L'interno del carcere di Santo Stefano


Tombe nel cimitero di Santo Stefano


Il nome di Mariano inciso nel cemento della strada di Santo Stefano


Mariano in compagnia della figlia del ragioniere del carcere di Santo Stefano


Vasca Giulia a Santo Stefano. A sinistra tre agenti di custodia, a destra, sotto l'ombrellone, Mariano con suo fratello Nino

Il carretto messo a disposizione dal carcere. Da sinistra Silverio Picicco, Eleonora Mazzella, il cane Ilo e Nino

Nino Picicco alla guida del Go-Kart del penitenziario

Silverio Picicco e sua moglie Eleonora Mazzella nel loro ultimo giorno a Santo Stefano

(Foto gentilmente concesse da Mariano Picicco)







mercoledì 12 giugno 2024

Gli auguri di don Aniello Conte

 In occasione del matrimonio dei miei genitori don Aniello Conte inviò loro una lettera di auguri con delle bellissime parole, piene di affetto. 

Mia madre Elvira era molto legata a suo zio don Aniello, fratello di suo padre Salvatore, che era cappellano nell'Ergastolo di Santo Stefano. 

Il matrimonio tra Ciro ed Elvira era fissato per il 10 agosto 1947 ma slittò di un mese, il 18 settembre, per la scomparsa di un fratello di mia nonna.


Ciro Iacono ed Elvira Conte sposi all'isola di Ponza


Gli auguri di Don Aniello Conte agli sposi


Don Aniello Conte

domenica 14 gennaio 2024

La chiesetta del carcere di Santo Stefano

 Sull'isolotto di Santo Stefano, nell'Arcipelago Ponziano,  c'era un ergastolo durissimo fino al 1965. 

E' stato cappellano per molti anni un mio prozio, il ponzese don Aniello Conte.  Mia madre Elvira ed anche suo fratello Aniello qualche volta andavano a fargli vista.

Mia madre Elvira raccontava che nella chiesetta di Santo Stefano ha ricevuto la Prima Comunione da suo zio don Aniello Conte.

Dopo la chiusura  del carcere i locali sono stati saccheggiati purtroppo come racconta un testimone: "Di notte arrivavano le barche da Ischia per prendere tutto ciò che poteva essere preso, addirittura portarono tutte le soglie di marmo della scala della palazzina del direttore. Molte cose che si trovavano in alcune case di Ischia venivano da Santo Stefano: porte, servizi igienici, piastrelle... Hanno rotto tutto. Persino nella chiesetta i marmi dell'altarino, le statue, vecchie piastrelle in ceramica, tutto. Era piccola, ma attrezzata di tutto, era bellissima. Poi l'ho vista devastata. "  (Brano tratto dal libro di Pier Vittorio Buffa - Anthony Santilli "NOVANTANOVE CELLE")


L'ergastolo di Santo Stefano visto dall'alto


Don Aniello Conte per molti anni cappellano del carcere 


I resti della chiesetta, doveva essere molto bella

mercoledì 12 luglio 2023

Don Aniello Conte, cappellano dell'ergastolo di Santo Stefano, e la scarcerazione di Don Giovanni

 Di Don Aniello Conte, cappellano dell'ergastolo di Santo Stefano ne ho scritto più volte. Conoscevo il caso Corbisiero, detenuto innocentemente,  che Don Aniello con la sua testimonianza fece scarcerare ma ho trovato altro.

Leggendo il libro "Ventotene da confino fascista a isola d'Europa" di Pier Giacomo Sottoriva  ho trovato un brano in cui si racconta che Don Aniello Conte ha fatto scarcerare un prete sardo, Don Giovanni, detenuto a Santo Stefano, che non aveva commesso il delitto per cui espiava nell'Ergastolo.

Ecco il brano:

"...Ne fu ospite anche un parroco, certo don Giovanni, che dalla Sardegna vi era trasferito per espiare una condanna all'ergastolo per un delitto che non aveva commesso. Fu restituito alla vita e alla funzione sacerdotale dal parroco del carcere, il ponzese don Aniello Conte, che dedicò tutta la sua vita di missionario in patria a sostenere le malinconie, i pentimenti e anche lo spirito ribelle degli ospiti dell'ergastolo. Fu lui che provocò la revisione del processo che aveva condannato il sacerdote sardo, altre indagini che portarono alla cattura del vero colpevole e che fece restituire alla libertà il suo collega in talare. Questo episodio è narrato dal compianto don Paolo Capobianco, per decenni parroco di Gaeta, e che, una volta in pensione, volle trascorrere i suoi ultimi e fecondi anni nella tranquilla casa di riposo di Ventotene, posta accanto alla chiesa di Santa Candida, da dove proseguì il suo lavoro di raccontatore di storie antiche e recenti della sua gente (v. L'ergastolo di S.Stefano, i reclusi e don Giovanni parroco condannato, sul mensile "il Golfo" del 15 gennaio 1993"

Il racconto di don Paolo Capobianco a proposito di questa storia sul mensile "Il Golfo":

"...Ho conosciuto il cappellano del carcere di Santo Stefano, Don Aniello Conte da Ponza. Era già avanzato negli anni, quando mi sono incontrato con lui per la prima volta. Dalla sua viva voce ho appreso molte delle notizie su esposte.

Don Aniello Conte secondo il Cuore di Dio, integerrimo, umile, nascosto agli occhi del mondo. Tutta la sua vita di sacerdote l'aveva spesa tra i carcerati di Santo Stefano. Li conosceva uno per uno i suoi cari ergastolani; di ognuno sapeva la luttuosa tragedia che l'aveva condotto a Santo Stefano.

Don Aniello fu l'uomo di Dio e della galera; egli era memore delle parole di Cristo Signore: "ero in carcere e veniste a trovarmi" (Matteo 25, 36). Amò di vero cuore i suoi carcerati, li amò fino all'eroismo della propria vita. Quei poveri emarginati della società trovavano in Don Aniello il padre, il fratello, l'amico fedele. Don Aniello , animato dal suo zelo sacerdotale, ha fatto riesumare il processo di un sacerdote parroco della Sardegna, che da 18 anni espiava il delitto non commesso, a Santo Stefano.

Riesumato il processo, interrogati i testimoni ancora in vita, scovato il vero autore dell'atroce delitto, il sacerdote risultò innocente e fu scarcerato.

Monsignor Arborio Mella di Sant'Elia del Vaticano, si interessò perchè il sacerdote ergastolano venisse in terraferma ed inviò da Roma un monaco trappista delle tre Fontane a prelevarlo. Ricordo, perchè ho assistito quando al pontile "Costanzo Ciano" di Gaeta, dove si ormeggiava il postalino proveniente dalle isole ponziane, sbarcò il monaco ed il sacerdote, che indossava un vestito molto dimesso. Erano i primi giorni di giugno del 1942. Monsignor Arborino Mella di Sant'Elia, suo paesano, gli inviò, da Roma, tutti gli abiti da sacerdote.

Era il giorno del "Corpus Domini" di quell'anno 1942; ci trovavamo in sacrestia della cattedrale e si facevano i preparativi della processione; si trovava presente anche l'ex ergastolano-sacerdote, che indossava, per la prima volta, dopo 18 anni una "talare" nuova. Mons. Arcivescovo Casaroli invita quel sacerdote ad indossare la cotta bianca e prendere parte alla processione del SS. Sacramento con il clero. Quando Don Giovanni, tale era il suo nome, si trovò vestito con la sottana e la cotta bianca, si sentì riabilitato sacerdote, scoppiò in un dirotto pianto, tale che fece piangere tutti noi presenti..."

Nota :

Don Aniello Conte, cappellano dell'ergastolo di Santo Stefano era un mio prozio, il fratello di nonno  Salvatore. Mia madre Elvira raccontava spesso di lui.


L'ergastolo di Santo Stefano


L'ergastolo di Santo Stefano visto dall'alto


Don Aniello Conte, cappellano dell'ergastolo di Santo Stefano



Il racconto di don Paolo Capobianco sul mensile "Il Golfo" 
(Un ringraziamento va a Filomena Gargiulo)

venerdì 25 novembre 2022

Pollastro e l'ergastolo di Santo Stefano

 Nell'ergastolo di Santo Stefano,  isola dell'Arcipelago Ponziano, nel periodo in cui era cappellano il ponzese  don Aniello Conte, mio prozio, era detenuto il bandito Sante Pollastri, (Pollastro). Con don Aniello Conte  Pollastro ebbe anche un rapporto di amicizia come racconta don Salvatore Tagliamonte in "Appunti per un libro".

Pollastro è il bandito citato nella canzone di Francesco De Gregori "Il bandito e il campione". Il campione era Costante Girardengo amico d'infanzia di Pollastro.


"Il bandito e il campione" di Francesco De Gregori

Due ragazzi del borgo cresciuti troppo in frettaUn'unica passione per la biciclettaUn incrocio di destini in una strana storiaDi cui nei giorni nostri si è persa la memoriaUna storia d'altri tempi, di prima del motoreQuando si correva per rabbia o per amoreMa fra rabbia ed amore il distacco già cresceE chi sarà il campione già si capisce.
Vai Girardengo, vai grande campioneNessuno ti segue su quello stradoneVai Girardengo, non si vede più Santeè dietro a quella curva, è sempre più distante.
E dietro alla curva del tempo che volaC'è Sante in bicicletta e in mano ha una pistolaSe di notte è inseguito spara e centra ogni fanaleSante il bandito ha una mira eccezionaleE lo sanno le banche e lo sa la questura
Sante il bandito mette proprio pauraE non servono le taglie e non basta il coraggioSante il bandito ha troppo vantaggio.Fu antica miseria o un torto subitoA fare del ragazzo un feroce banditoMa al proprio destino nessuno gli sfuggeCercavi giustizia ma trovasti la Legge.
Ma un bravo poliziotto che sa fare il mio mestiereSa che ogni uomo ha un vizio che lo farà cadereE ti fece cadere la tua grande passioneDi aspettare l'arrivo dell'amico campioneQuel traguardo volante ti vide in manetteBrillavano al sole come due bicicletteSante Pollastri il tuo Giro è finitoE già si racconta che qualcuno ha tradito.
Vai Girardengo, vai grande campioneNessuno ti segue su quello stradoneVai Girardengo, non si vede più Santeè sempre più lontano, è sempre più distanteSempre più lontano, sempre più distante...Vai Girardengo, non si vede più SanteSempre più lontano, sempre più distante...



L'ergastolo di Santo Stefano


Costante Girardengo, il campione e Sante Pollastri (Pollastro), il bandito


Sante Pollastri
(Immagini reperite in rete)

Don Aniello Conte con la sorella Concetta

mercoledì 2 ottobre 2019

L'isola di Santo Stefano ed il legame con Ponza

Di Santo Stefano ne ho già scritto in questo blog proprio perchè è stato cappellano dell'ergastolo, per diversi anni, uno zio di mia madre, don Aniello Conte.
Mia madre, negli anni '40, è stata qualche volta da suo zio a Santo Stefano e mi ha raccontato che andavano a pregare nel piccolo cimitero dove erano sepolti i detenuti.
Ma non solo...
Racconta anche che nella chiesetta situata fuori dal carcere di Santo Stefano ha ricevuto la prima Comunione da suo zio cappellano, don Aniello Conte. La chiesetta era riservata ai dipendenti e purtroppo qualche anno fa ci sono stati dei crolli.
Il viaggiatore John Peter racconta in un libro Italie inconnue Alle isole di Ponza (Italia sconosciuta alle isole di Ponza) il viaggio nelle nostre isole nel 1895 e giunse anche a Santo Stefano.
Ecco cosa scrive: "...appena arrivato ho preso una barca per andare a Santo Stefano dove si trova un carcere durissimo ecosì tristemente noto in Italia. Santo Stefano è un tronco di cono che esce dall'acqua con la massa di lava marrone, in alcuni posti lucido come il vetro e con qua e là grotte e feritoie verticali che raggiungono il mare. Una terra nera e fertile, una massa di argilla mista a scorie appena sopra le rocce; questa terra è eccellente per la coltivazione di ortaggi. Tutto intorno l'isola le grotte scavate in riva al mare sono quasi sempre sconquassate dalle onde che le fanno franare con un rumore assordante.
I romani conoscevano Santo Stefano quantunque la loro storia non ne parli. Mi è stato mostrato nella parte dell'isola che guarda Ventotene, i resti di un'antica villa romana; ho raccolto dei bei pezzi di intonaco di vari colori.
Santo Stefano è stata utilizzata come isola di confino fin dai tempi antichi. Un Papa vi fece una prigione per sacerdoti viziosi. Ci sono ancora tracce di celle scavate nella roccia e si dice che fossero le loro abitazioni. Oggi Santo Stefano è soggiorno dei forzati.
Di solito si sale, nel lato nord dell'isola, da un'antica rampa tagliata nella roccia che parte dal piccolo approdo detto la Marinella. Altri tre percorsi, difficili, che partono dall'alto e attraversano detriti rocciosi verso Sud e Ovest conducono alle rocce giù al mare, e sono utilizzati quando per il mare grosso non è possibile l'approdo alla Marinella.
Una prigione, costruita alla fine del secolo scorso, corona Santo Stefano. I primi detenuti arrivarono nel 1795; tra loro c'era l'architetto della prigione stessa, l'ingegnere Carpi, condannato per reati politici. Questa prigione è un enorme edificio giallo, circolare e a tre piani. Le case degli amministratori sono nelle vicinanze formando una cittadella molto moderna, dipinta in grigio e rosa dalle finestre con le persiane verdi. Il contrasto dei colori e l'architettura fa capire subito dove si vive e dove si soffre."



L'isolotto di Santo Stefano (Da Ventotenemia)



L'ergastolo di Santo Stefano visto dall'alto


L'entrata del cimitero
Ai lati c'è scritto: Qui finisce la giustizia degli uomini (a sx); Qui incomincia la giustizia di Dio (a dx)
(Foto di Giampaolo Santomauro)

Del cimitero così scrive John Peter: "E' la morte, a volte, che libera il condannato. Quando mette fine alla sua miserabile vita viene sepolto senza cerimonie ma con una certa decenza. Due detenuti portano la bara su una barella al cimitero che si trova ad Ovest dell'isola. Mettono una croce sulla tomba, si inginocchiano, pregano per il defunto e poi nell'allontanarsi levano le mani in segno di saluto, l'addio al loro compagno di sventura."




La piccola cappella all'interno del carcere dove si celebrava la messa



Com'è oggi



I resti della chiesetta in cui mia madre ha ricevuto la prima Comunione



(Da Ventotenemia)




Don Aniello Conte, ormai anziano, con la sua testimonianza, nel 1953, fece scarcerare un innocente, Carlo Corbisiero, detenuto nel carcere di Santo Stefano dal 1934 con l'accusa di omicidio

giovedì 24 gennaio 2019

Don Aniello Conte cappellano ponzese a Santo Stefano

Qualche giorno fa è stato trasmesso su Rai Storia un documentario in cui si racconta la vita durissima nel carcere di Santo Stefano, una piccola isola vicina a Ventotene, nell'Arcipelago Ponziano.
Un mio prozio, don Aniello Conte,  è stato per un molti anni cappellano del carcere.
Cercando su internet, nell'archivio storico del quotidiano "La Stampa", ho trovato diversi articoli, del 1953, che lo riguardano.
Don Aniello Conte, con la sua testimonianza, riuscì a far scagionare Carlo Corbisiero, di Marzano di Nola, accusato di omicidio, in carcere dal 1934.
Era una giornata di luglio del 1953, quando la Corte di giudici sbarcò a Ponza da un rimorchiatore della Marina Militare, per interrogare don Aniello, ormai anziano.
Il vecchio cappellano di Santo Stefano, viveva in una piccola casa sopra i Conti, rispose alle domande dei giudici che cercarono di metterlo in difficoltà ma invano. 
Don Aniello era lucidissimo.
Carlo Corbisiero, finalmente, dopo quasi vent'anni di carcere, da innocente, tornò in libertà.



Don Aniello Conte con la sorella Concetta



Don Aniello Conte



L'articolo di giornale in cui si racconta della testimonianza di don Aniello Conte che fece scarcerare Carlo Corbisiero

Per altri articoli consultare
www.archiviolastampa.it/

Invece questo articolo lo ha pubblicato Gerardo Conte sul suo profilo Facebook. Era su un giornale americano







Un video di Giancarlo Giupponi

Nota:
Don Aniello Conte era il fratello di mio nonno materno, Salvatore Conte. Era figlio di Placido Conte ed Agnese Vitiello. Era nato all'isola di Ponza, sopra i Conti, il 9 febbraio 1867 ed è scomparso il 28 luglio 1961.
Altra nota:
Nel carcere di Santo Stefano, proprio durante il periodo in cui fu cappellano don Aniello Conte, era rinchiuso il bandito Sante Pollastri (Pollastro) amico d'infanzia del campione di ciclismo, Costante Girardengo. La loro amicizia ha ispirato la canzone di Francesco De Gregori "Il bandito e il campione"
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