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venerdì 22 maggio 2026

"A varca furastera"

Povero Minicuccio!  Tornando a Ponza dopo tre anni di assenza seppi che, in tutto quel periodo, fra le tante persone che conoscevo era morto anche lui. Trascurato e malandato da sempre era più invecchiato che vecchio. Da tempo per me immemorabile si era autocondannato ad una vita oggi inconcepibile. Aveva una menomazione alla mandibola che gli aveva storto la bocca e forse per questo si era sempre più rinchiuso come in un ghetto umano. Non l'ho mai visto ad una festa, mai in un bar o in una cantina, nè intrattenersi con gli altri a conversare. Si alzava sempre col buio e raccoglieva i pochi ortaggi del suo orticello al "Pizzicato"  per portarli al negozietto che aveva sul corso in tempo per essere poi sulla banchina ad aspettare i primi pescatori che tornavano e acquistare le poche ceste di pesce da rivendere al dettaglio. Nel suo negozietto vendeva ortaggi, frutta, generi alimentari e tante altre cosette tra le più eterogenee fra loro. A poca distanza dalle ceste della frutta spesso prendevano posto le ceste del pesce. 

Talvolta capitava che dopo aver venduto rotunni ad una signora passava con naturalezza a servire la frutta ad un'altra: bastava uno straccio appeso a mezza strada tra frutta e pesce a metterlo d'accordo con la propria coscienza. Ma non si poteva parlare di coscienza a proposito di Minicuccio  perchè, per l'abitudine a non concedersi mai un vero turno di riposo notturno, perdeva col sonno i contorni delle cose intorno a sè.

La visione o senso delle cose diventava grossa e annebbiata e frutta e pesce si raffiguravano in lui uniti nella grande famiglia dei commestibili.

Trascurato, malandato e "casual" come era aveva limpide due cose: la precisione nel calcolo e il timbro argentino della voce.

Era analfabeta, ma spaccava il centesimo riempiendo con colonne di zeri la carta pane che gli serviva per gli involti. E non sbagliava mai!

La voce, poi, la usava per avvisare la popolazione sul film che era in cartellone; sull'arrivo del medico specialista; sulla partita tra ponzesi e Italiani. Era il banditore ufficiale. Non passava settimana che non si sentisse echeggiare nelle strade e nelle "cavate" la voce forte e inconfondibile di Minicuccio. 

Un bando è rimasto indimenticabile: " uhè...è...è...è arrivàt 'a varca furastè...è...ra". "A varca furastera" arrivava sempre in luglio carica di frutta estiva che veniva venduta da sfamapopolo. A Ponza c'erano solo fichi, fichidindia e uva, ma maturavano in agosto. Le ciliege, le nespole, le prugne, le pesche, le albicocche e i cocomeri si importavano dal continente. I cocomeri andavano a buon mercato perchè Barbaresca e 'u Rumano oppure Gesuero Di Scala andavano a caicare gozzi con la "tomba"  sulle vicine spiagge pontine. Il resto i fruttivendoli ponzesi lo importavano dalla fertile terra campana ed erano tutti oriundi  di quel mondo ortofrutticolo che va da Mondragone all'isola di Ischia. C'era il trasporto e sempre una ulteriore mano commerciale da far pagare ai clienti, ma in compenso portavano frutta e ortaggi molto buoni. Tatillo napoletanissimo era il più fantasioso e orgoglioso della bontà della propria merce. Per una decina di anni ci fu Totonno 'u fruttaiuòlo, anche egli Napoletano. C'era pure Totonno 'u Furiano che dalla sua Forio d'Ischia trasportava con proprio grazioso gozzone le specialità dell'isola verde. Però in un'isola sulla quale si lavorava soprattutto per la pancia la frutta rappresentava nelle stagioni di abbondanza non quel qualcosa che compare a tavola quando già l'appetito è sistemato, ma, specie per i ragazzi, l'indispensabile completamento di pietanze scarse.

Così quella varca furastera annunciata dalla squillante voce di Minicuccio suonava per noi ragazzi come un segnale di arrembaggio. Tutti alla banchina dove la barca forestiera si affiancava mentre a terra una folla di mamme si preparava a riempire borsoni di frutta destinata a sfamare la famiglia per alcuni giorni. E noi per non intaccare troppo presto le riserva di casa cominciavamo col fare sulla barca forestiera la nostra prima abbuffata. Era semplice: aiutavamo quel poveraccio del padrone  a disimpegnare la folla. Per ogni chilo di pesche o albicocche che mettevamo nelle borse c'era sempre quella che finiva in bocca o in mare. Era estate e di tanto in tanto qualcuno di noi rischiava un malanno se si tuffava in acqua per recuperare quella ventina di pesche cadutevi non proprio casualmente. Forse per questo la nostra generazione di  "saraghi di porto" si è collaudata a tuffarsi anche a stomaco pieno. 

A varca furastera, eh?  Quando mi riecheggia dentro questa voce ormai antica, l'immagine di quel piccolo motoveliero, mi torna confusa con quella di Minicuccio. Il tutto mi appare immenso in una aureola di albicocche e pesche profumate e in essa anche il non proprio bello Minicuccio diventa un angelo."

Nota:

cavàte = le piccole valli incavate come anfiteatri naturali

'varca furastera = il piccolo motoveliero

Gesuèro =  storpiamento dialettante di Giosuè

fruttaiuolo = fruttivendolo


(Testo di Giuseppe De Luca, tratto da "VIVERE PONZA" ,  1985)


Isola di Ponza anni '60


Minicuccio con la moglie Speranza


In questa parte del Corso ,dopo il locale con l'insegna Generi Alimentari, Gennaro i Tatillo aveva il negozio di frutta (Archivio Fotografico di Giovanni Pacifico)


mercoledì 27 luglio 2022

L'isola di Palmarola raccontata da Luigi Sandolo

 Sfogliando "Vivere Ponza" una rivista culturale pubblicata verso la metà degli anni '80 mi sono imbattuta in "Auselèe e recuòrdete (ascolta e ricòrda)" una pagina in cui l'Avv. Luigi Sandolo racconta di una Palmarola molto diversa da com'è oggi.

Ecco cosa scrive Luigi Sandolo:

" Palmarole m'ha ccuotte ' core dicono i Ponzesi quando parlano di quest'Isola.  La ricordano con nostalgia perchè su di essa hanno trascorso delle ore liete sia frequentandola per gite che per lavoro.

Alla bellezza del paesaggio si unisce il silenzio interrotto dal grido rauco dei gabbiani che rassomiglia ad uno scroscio di riso.

Palmarola è il paradiso degli uomini che comprendono la grandezza di sentirsi soli in un angolo intatto dell'universo, scriveva Ettore Settanni, caprese, innamorato di queste isole. Il Settanni parlando di Palmarola la definiva l'Isola più bella del Tirreno.

Prima della seconda guerra mondiale vivevano in quest'Isola una decina di contadini che la lasciavano dopo la semina autunnale e vi ritornavano prima della fine dell'inverno per la potatura delle viti. 

Chi scrive con la sua Carla trascorreva con gli ospitali contadini un paio di settimane fra aprile e maggio vivendo in una grotta ricavata dalla roccia tufacea, la bentonite, che non trasuda umidità.

Palmarola era tutta verde con macchie gialle per la fioritura delle viti, delle leguminose, dei canneti, delle ginestre e dei ginepri.

La parte non coltivata che si estende boscosa per quasi tutta l'isola era vestita di fiori selvatici ed il loro profumo vi veniva portato dal vento salsedinoso.

I pescatori che sciorinavano le reti sulle spiagge del porto venivano a scambiare i loro prodotti con quelli della terra e della caccia che in primavera erano abbondanti.

Sui grezzi tavoli da pranzo non mancavano gli asparagi selvatici, i carciofi, i legumi freschi, quaglie, tortore, pesci di ogni qualità e grandezza, aragoste e granchi felloni. Il latte veniva fornito da alcune vacche che pascolavano con le pecore nella contrada Sopra 'a rotte 'e ll'acque, la parte coltivata dell'Isola che guarda Ponza. 

Le capre  si inerpicavano sulle sommità più aspre scacciando i gabbiani, che dall'autunno a primavera vi nidificano a migliaia.

Vivevano a Palmarola Lucrezia Scotti nata D'Arco, Michele Mazzella con il figlio Silverio, proprietario dell'unico fabbricato allora esistente e di buona parte del terreno e montagne, Civita Tagliamonte detta 'a centenere',  Giovannina Vitiello con il figlio Luigi Scotti produttore di uno dei migliori vini di Ponza, Maria Candida Aversano con il figlio Ciccillo Romano ed il genero Ciro Porzio, i nipoti Mattano ed  Amitrano, i fratelli Silverio ed Antonio Aversano, quest'ultimo detto 'u vaccare' , proprietario delle vacche sopra ricordate, con Arcangelo e Luigi, Aniello Aprea con i figli Baldassarre e Silverio e Benedetto Aprea.

Vi rimaneva per lunghi periodi per la coltivazione del terreno e per la caccia il fanalista Silverio Scotti con la moglie Olimpia Conte ed i figli Silverio e Luigi.

Allietavano il nostalgico narratore con la loro compagnia Fabrizio Mazzella, il cognato Totonno Mazzella, Domenico Aversano detto zì Mineche, i quali dopo aver tirato le reti, messe a pesca la sera prima, venivano a sparare qualche colpo alle quaglie ed alle tortore.

Il loro gozzo San Domenico, una delle rare barche ponzesi munita di motore, funzionava da traghetto fra le due isole.

Tutti gli abitanti di Palmarola erano fraternamente ospitali e fra essi si distingueva Maria Candida Aversano che sebbene fosse in ristrettezze economiche vivendo dei prodotti di quelle terre, era sempre generosa con chi si avventurava sull'erta grotta dell'Acqua ove era stato scavato ogni speco.

La specialità di zia Maria Candida erano la zuppa di cicerchie ed il gustoso vino rosso con cui ristorava gli affamati suoi ospiti, mentre i gabbiani sazi di quaglie e seppie dal loro eterno carosello stavano a guardare."


L'isola di Palmarola vista da Ponza

L'isola di Ponza vista da Palmarola



La spiaggia e il Faraglione di San Silverio


La spiaggia

I Faraglioni di Mezzogiorno

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)

martedì 24 marzo 2015

A proposito di Zannone

Ultimamente l'isola di Zannone è finita al centro di tante discussioni perchè il sindaco, Piero Vigorelli, vorrebbe che fosse gestita dal Comune di Ponza.
Dal 1979 Zannone  fa parte del Parco Nazionale del Circeo che in effetti ha un po' protetto l'isola dalle masse estive e dalla caccia. Ma credo che, fino a qualche tempo fa, non si sia capito il valore reale dell'isola, si puntava tutto su Palmarola.
Zannone è l'isola verde dell'Arcipelago Ponziano. In primavera ed in autunno si fermano gli uccelli migratori. Sarebbe interessante farla conoscere ai ragazzi. Ma a quanto pare i sentieri versano in cattive condizioni ed anche la casa del guardiano.
A me le polemiche non interessano e voglio proporre cosa scrive un viaggiatore dell'Ottocento.
Nel 1897 Johann Karl Graeser visitò le isole Ponziane e nel "Viaggio alle isole del confino" così scrive di Zannone: "Dopo quattro ore di viaggio ci avviciniamo all'isola di Zannone. E' simile a un grande giallo budino sul piatto azzurro del mare. Zannone, o Sinonia come anticamente veniva chiamata, non è abitata che da un guardiano con la sua famiglia. Si è installato sui resti di quello che una volta era un convento cistercense.
Una comoda stradina di pietre sgrossate, tenute da malta cementizia, ci porta, in leggera salita, dall'approdo verso la cima (di mt. 179). Camminiamo per questa stradina su uno strato di pietre vulcaniche, dure e acuminate. Naturalmente sono molto meravigliato.
"Questa strada l'ha fatta costruire il "cavaliere-sindaco" per la sua casa di caccia!," mi viene risposto. "In primavera e in autunno, quando è il passo delle quaglie, lui viene sull'isola per qualche giorno a caccia".
La stradina di pietra nuda che conduce alla casina del sindaco di Ponza mi infonde un grande rispetto.
Mentre salgo, piacevolmente immerso nella luce del sole, mi vengono alla memoria i bagni di S. Calogero a Lipari e rifletto sulla assurdità del mondo. Là hanno costruito uno stabilimento splendido nel deserto però hanno dimenticato la strada e qui, invece, abbiamo solo la strada, una strada che genera illusioni fastose, ma che sbocca nel vuoto.
C'è qualcosa di "signorile", di "cavaliere" in questa strada che serve soltanto due volte l'anno ad agevolare la caccia a stanchi uccelli migratori del "cavaliere-sindaco". Nelle isole questi piccoli animali vengono presi con reti di ogni sorta. Zannone è forse il posto più frequentato per questo vile sport in cui si gareggia allo sterminio di utili uccelli canori. Del resto questa è un'abitudine comune anche al resto d'Italia.
Monasteri e castelli di predoni si trovano sempre sui punti più belli e non fa eccezione il convento di S.Benedetto.
Zannone emerge dall'acqua come la calotta di una palla affondata. 
Dalle rovine del vecchio convento lo sguardo vaga liberamente in ogni parte nella "lontananza azzurra della primavera che non è possibile comprendere". Una solitudine impenetrabile, come se la grande distesa d'acqua avesse trasportato dall'intera terra tutti qui i tormenti e le pene. anche i picchi più alti che si levano alti nell'aria, sono come pietose lapidi commemorative su un campo di battaglia. 
Per questo i monaci si sono installati nell'isola, calma e silenziosa, per dimenticare e mortificare ogni desiderio, così da ottenere la pace fino a che la terra non li avesse accolti".
(da "Vivere Ponza" )

Nota: Il cavaliere-sindaco era Vincenzo De Luca che amministrò Ponza dal 1867 al 1898 che il Graeser descrive dall'aspetto fisico simile al Crispi.


L'isola di Zannone



In questa foto si vede il faro di Capo Negro



Questo cartello si trova a Punta Rossa, San Felice Circeo, indica il faro di Zannone e la sua importanza



I resti del convento cistercense
(foto di Silverio Mazzella)



"Il vecchio guardiano di Zannone", in un ritratto del Mattei che visitò l'isola nel 1847 e rischiò di essere colpito da "uno schioppo improvviso di archibugio" sparato da qualche cacciatore.

mercoledì 1 ottobre 2014

Viaggio alle isole del confino

Sfogliando la rivista del 1985, Vivere Ponza, ho trovato delle pagine molto interessanti che raccontano il viaggio di Johann Karl Graeser, un viaggiatore svizzero che approdò a Ponza nel 1897.
Ecco il suo incontro con Ponza:
Il sole cala sull'orizzonte. Finalmente ci avviciniamo a Ponza, la più grande dell'Arcipelago, che si estende lunga e frastagliata. Una foschia rosso viola avvolge l'isola sulla quale è come sospeso un pulviscolo che da riverberi di luce in prossimità dei picchi più alti. il mare sembra trattenere il respiro ed è ora come una lamina d'oro fuso macchiato da improvvisi bagliori turchese.
Ho visitato luoghi molto belli in ogni angolo della terra, ma raramente ho vissuto impressioni così favolose come su queste variopinte isole vulcaniche dove la natura ha seminato a piene mani e secondo l'estro più capriccioso fantastiche bellezze.
E pensare che pochissimi sono quelli che vi approdano per visitarle, mentre è invece il luogo ideale per dimenticare gli affanni della vita e rinfrancare l'animo.
L'"isola di Circe" giace come una enorme sciabola turca macchiata di sangue su un mare luccicante.
Lo stretto fra il Porto e Chiaia di Luna ne formano il manico e la vetta del Monte Guardia l'elsa di onice verde-opaco.
Immaginando di tagliarla orizzontalmente per tutta la sua lunghezza essa assumerebbe la forma poi di una preziosa arma orientale, una sciabola della Persia o del Caucaso, intarsiata di pietre preziose e dal multiformi riflessi d'oro e d'argento.
Giunti in rada, l'abitato a ridosso del monte subito incanta. Fuori del Porto stanno alcuni scogli bassi, le Formiche, come una flottiglia in procinto di salpare. Essi si stagliano su di una parete violentemente frastagliata di roccia dura e dai colori ocra, bruno e bianco.
Scuri cipressi si innalzano nell'aria fra bianchi monumenti di marmo fra i quali si distingue un campanile e la cupola di una cappella. Il cimitero in primo  piano, quasi a ricordare una vecchia maledizione che sembra ancora pesare. E di nuovo la mente va a quel quadro dell'"Isola della Morte" e all'immagine del burbero traghettatore Caronte.
Alla fine però è la vita ad aver sopravvento su tutto. Gli scogli colorati e le rocce che si elevano come guardie si riflettono nello specchio d'acqua limpida come cristallo di fronte all'ampio bacino del porto. 
A fianco una piccola valle, fertile e tutta verde; ovunque bianche casette, adagiate tra pareti di tufo e colorati rocce trachitiche. Tutto questo splendido paesaggio ancora caldo dei raggi del sole calante, tutta questa natura pulsante non lascia posto a pensieri del passato e di morte. Risuona la voce rauca del capitano napoletano dalla testa calva e gialla che si alza come la luna fra collo e berretto: " Piano, mezza forza, basta!"
Attracchiamo: Comincia lo sbarco, chiassoso come sempre nel sud, sebbene a sbarcare siano solamente pochi coatti con gli inseparabili carabinieri e alcune casse. Alcune file di case, l'una sull'altra, formano tutto il paese verso levante, dove si trova il cimitero.
L'abitato è chiuso da questa parte dalla rossa cupola della Chiesa di S.Silverio. A ponente si estende lungo il declivio della collina dietro la quale si eleva il punto più alto dell'isola, Monte Guardia (283 mt). su questa collina coronata di viti risalta come un cubo l'edificio pezzato bianco e nero, del Telegrafo della Marina.
Molto bella la descrizione di questo arrivo all'isola......
Ponza porto con i colori che potrebbero essere quelli raccontati da Graeser......
(agosto 2014)












venerdì 12 settembre 2014

A code i Zèfere

In questa estate turbolenta, dal punto di vista meteo, alcune code i Zefère si sono materializzate lungo le coste italiane.
Ma cos'è una code i Zèfere???
E' un fenomeno vorticoso che si alza dal mare e risucchia verso l'alto, è la tromba marina che a Ponza viene chiamata code i Zèfere.
Per fortuna che ha breve durata e colpisce un'area ristretta però può fare molti danni.
I marinai temono a code i Zèfere...
A Ponza, ma non solo, c'è la credenza che può tagliare a code i Zèfere un primogenito esponendo le natiche e recitando delle preghiere.
Si navigava tranquilli se sulla barca c'era un primogenito...
Si racconta che il pescatore Giuseppe Conte, conosciuto come Giuseppe i Mamène, fosse capace di tagliare a code i Zèfere.
Sulla rivista, degli anni 80, Vivere Ponza ho trovato questa bella poesia di Tommaso Lamonica:

A CODA 'I ZEFERO
U' San Silverio steva a ddiece miglie
d'a costa d'a Sardegna, quanno ntunno
cagnaie u tiempo: d'acqua nu zeffunno
venette e viento c'abbrucciava i cciglie.

Prima ca succedesse u parapiglie
facette acalà vele e balaccune
u Patrone e dette ncàrreche a ognune.
"A coda 'i Zèeefèra!" alluccaie u figlie

'i Celorme, ca steve 'i vuardia a pprora,
u Patrone u chiù giovene chiammaie
'i ll'equipaggio e vrache ce calàie.

Pò ca ate 'u mettette c'u culo fora
vanna annudo e 'i croce e pria'  l'aria inghette
a coda se tagliaie e scumparette.

Legenda:
A CODA I ZEFERO: Tromba marina, tromba d'aria, turbine. Letteralmente "coda di zefiro", il quale, evidentemente, dagli antichi naviganti era considerato parente stretto di "Luzifero", Lucifero, e la forma della tromba marina può richiamare quella della coda del Maligno, ma ciò che non si riesce ancora a chiarire bene è che per tagliarla e farla scomparire si deve opporle il sedere scoperto del più giovane della ciurma o, come altri vuole, di un figlio primogenito.
SAN SILVERIO: Nome dell'imbarcazione
NTUNNO: All'improvviso
CROCE E PRIA: Di croci e preghiere
INGHETTE: Riempì





Code i Zèfere a Ponza da Vivere Ponza 1986

Qualche foto trovata in rete per rendere l'idea della coda i Zèfere














Ora il video di una coda 'i zefere dell'11 Settembre 2014 ad Anzio.



Ecco un altro video sempre di ieri 11 Settembre 2014. Clicca qui.

mercoledì 5 febbraio 2014

Ponza con la neve

Anche all'isola di Ponza è capitato di trovarsi con un paesaggio innevato...
Ecco un brano tratto da "Vivere Ponza" del 1985 che descrive una giornata in cui i ponzesi si sono svegliati con la neve...
"Neve a Ponza
Insolito e inaspettato il paesaggio dell'Isola al mattino del 10 gennaio 1985. Un manto di neve ricopriva le colline, le spiagge e le case di Ponza. Pochi centimetri bastavano a cambiarne l'aspetto, rendendolo molto simile a quello nordico.
L'eccezionalità dell'evento (che si ripropone mediamente ogni venti- trenta anni) ha fatto gioire i bambini che, marinando la scuola, improvvisavano battaglie all'ultima palla di neve. Ma un sole splendente nel giro di poche ore scioglieva il leggero manto bianco.
L'undici gennaio il vino di produzione locale era tutto prenotato.
Una vecchia tradizione isolana conferma la eccezionale bontà dello stesso in quegli anni nei quali nevica."
Un pò di foto di Ponza con la neve...







Queste foto di parecchi anni fa...sono infatti in bianco e nero...però belle...















Queste foto sono più recenti...30 gennaio 1999

Le foto sono tratte dall'archivio fotografico di Giovanni Pacifico


"...ti sembra cotone
ti sembrano piume
nessun tipo di sforzo
non fa neanche una piega
c'è chi ne ha già abbastanza
ma tanto la neve, lei se ne frega
copre i coppi e le piazze
le altalene e i bidoni
i sorrisi dei pazzi
e le bestemmie di qualche barbone
tutti quanti costretti
ad un tempo diverso..."

Luciano Ligabue "La neve se ne frega"
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