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mercoledì 18 settembre 2019

Una casa diroccata

Nella vecchia strada di Le Forna, all'isola di Ponza, chiusa per anni dopo lo scempio causato dalla miniera di bentonite, c'è una casa diroccata con una finestrella da cui si può vedere il mare.
E' molto lesionata probabilmente dagli scavi minerari e quindi abbandonata.
E' interessante comunque perchè si vede la tecnica con cui si costruiva la volta di una casa.
La volta veniva costruita con mattoncini di tufo (spaccatelle) e ricoperta da uno strato di lapillo, una pozzolana proveniente dai Campi Flegrei, mescolata alla calce della cava di Zannone,  per renderla impermeabile.
Veniva poi battuta  con il mazzuolo di legno per alcuni giorni in modo da compattarla e lasciata asciugare.
La costruzione della volta di un'abitazione era una vera e propria arte, pochi ci riuscivano.
Il tufo prima proveniva da Procida in seguito venne usato quello della cava ponzese del Bagno Vecchio che era più leggero, più adatto alla costruzione di volte.
Sarebbe interessante conoscere la storia di questa casa diroccata, la famiglia che ci abitava.






La casa diroccata con la finestrella vista mare



Il comignolo



Il paesaggio della finestrella

(Estate 2019)

domenica 25 novembre 2018

La miniera di bentonite all'isola di Ponza

E' una ferita ancora aperta nel paesaggio di Le Forna, all'isola di Ponza.
Molte case non esistono più, sono state distrutte perchè la miniera pian piano si è estesa sempre di più. Intere famiglie si sono trasferite lontane dall'isola.
Già il Tricoli nella metà dell'Ottocento nomina un materiale adatto per le ceramiche, il Bianchetto.
Ma ebbe l'intuizione che in quella zona ci fosse un grande giacimento di bentonite l'ingegner Francesco Savelli e iniziarono a perforare la prima galleria nell'ottobre del 1935.
La zona di questo giacimento minerario era nella parte nord dell'isola di Ponza, a Le Forna, precisamente tra Cala dell'Acqua e Calacaparra.
La bentonite è impiegata per le ceramiche ma è utilizzata in svariati campi.
Questo minerale forma nel terreno uno strato impermeabile e quindi l'acqua piovana non può penetrare negli strati sottostanti. L'acqua scivola sulla bentonite per poi raggiungere uno strato diverso in cui infiltrarsi.  Proprio da queste parti, sfruttando le caratteristiche del territorio, i Romani realizzarono un magnifico acquedotto creando una serie di cunicoli per raccogliere l'acqua che filtrava da quelle zone avendo come base la bentonite.
Inizialmente si scavò sottoterra ma poi si passò a scavare a cielo aperto per dare un impulso maggiore all'attività estrattiva.
Un'intera zona fu devastata.
La gente veniva sfrattata dalle proprie case e uno dei proprietari, Agostino Feola, usò la vela della sua barca come tenda sostando sul piazzale della chiesa.
Vennero cancellati terreni coltivati, intere colline, strade.
Venne cancellata l'identità di quella zona.
Quanto dolore!!!
Tutto ciò andò avanti per anni fino a quando un sindaco coraggioso, don Mario Vitiello, riuscì per miracolo a fermare quella macchina distruttiva.
Era il 1976.


La zona devastata dalla miniera di bentonite



Proprio dove ci sono i ruderi di Forte Papa









Operai che lavorano in miniera





Il pontile per le navi che venivano a caricare il minerale


Si caricava la bentonite sulle navi anche dal molo Musco


La paga di un operaio



Strutture minerarie 

Le foto in bianco e nero sono dell'Archivio fotografico di Giovanni Pacifico

Qualche anno fa è stato realizzato un presepe nella chiesa dell'Assunta di Le Forna che mostra la zona distrutta dalla miniera e pare abbiano fatto delle ricerche attraverso foto d'epoca per renderlo più verosimile
Qualche foto






Nota:
Già nell'Ottocento si era a conoscenza di minerali nella zona di Le Forna. Ecco cosa scrive il Tricoli nella Monografia del 1855: " BIANCHETTO. Dopo del lavoro agricolo si distraggono i coloni alla manifatturazione della creta, bianchetto, insegnato loro dal sergente Cavone. Da grezzo che ricavano dalle miniere, la stemperano nelle aje che tengono presso le stesse, e messa in soluzione la materia si fa colare in altri alveari sottoposti, finchè restringe a calor di sole a divenir pastosa, onde ridurla a globbetti; lavorandone da due o tre mila cantaja l'anno, che smaltiscono alla capitale pei lavori di faenze. Molte sono le miniere in essa contrada, ma si decantano quelle di Peppeantonio, nonchè del Felìce pei filoni di creta vergine."

mercoledì 12 ottobre 2016

Quel che resta di una pagina dolorosa...

Durante l'estate scorsa sono andata alla vecchia miniera, un posto che non conoscevo.
A Ponza c'era una miniera anche molto importante che però ha distrutto nuclei abitativi e devastato una bella zona di Le Forna, la parte settentrionale dell'isola.
La bentonite venne scoperta dall'ingegnere Francesco Savelli ucciso poi durante l'eccidio delle Fosse Ardeatine nel marzo 1944.
Ernesto Prudente ci racconta della miniera nel suo libro Cronaca di cose ponziane:
"Chi si reca a Le Forna, la parte settentrionale dell'isola, non può non notare i segni criminosi di un recente passato.
Rilievi composti da terreni di riporto, burroni costituiti da scavamenti dissennati sono la testimonianza della distruzione di uno dei paesaggi più incantevoli di un'isola ritenuta tra le più belle del mondo.
Si cominciò a scavare nel 1935 in nome del caolino e della bentonite, materiali importanti per l'economia italiana, così si diceva, di cui Ponza possedeva giacimenti più puri e più consistenti di tutta l'Europa.
Per decenni si è operato sottoterra, scavando gallerie, in modo invisibile e poco preoccupante anche se su parecchie case si notavano incrinature dovute all'assestamento del terreno su cui poggiavano.
Si è poi passato, nel 1954, allo scavo a cielo aperto dando una spinta eccessiva alla produzione del minerale.
Non si è guardato in faccia a nessuno e nessuna cosa.
Sono sparite case a centinaia.
Gli abitanti venivano sfrattati in virtù di decreti del Distretto delle miniere e della Prefettura di Latina.
I proprietari di case e terreni, non sapendo a chi santo rivolgersi, chinavano il capo e accettavano la cattiva sorte.
Molte, tante, famiglie furono costrette all'esodo. Lasciarono Ponza per le isole della Toscana o per Formia e non hanno fatto più ritorno a Ponza.
L'economia locale subì le conseguenze di questa partenza in massa.
Vennero cancellate case, strade, colline e terreni coltivati.
L'inquinamento fu dilagante.
la silicosi fece il suo ingresso in campo, mietendo vittime anche fra i non addetti ai lavori.
Le ciminiere dei forni, dove veniva cotto il minerale, proiettavano e diffondevano polvere ricca di soda che penetrava nelle case, in tutte le case della zona, anche in quelle dove le fessure delle imposte erano accuratamente tappate.
Per vendemmiare si aspettava la pioggia che lavasse l'uva...."
"...La SAMIP avanzava come una piovra.
La Provincia aiutò la SAMIP alienando un tratto della strada provinciale Ponza - Le Forna.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Il popolo dalle doglianze e dalle lamentele, dai ricorsi e dalle invocazioni, passò alle vie di fatto.
Scese sul terreno di guerra, fronteggiando l'avanzata delle ruspe.
A Calacaparra, sul tratto di strada che la Provincia aveva venduto alla SAMIP, venne portato un pullman che servì da garitta per i cittadini uomini, donne, bambini, che, a turno, montavano di sentinella per stazionare davanti alle ruspe.
Una casa, a pochi metri, venne requisita ed adibita ad ufficio comunale..."
Dopo un pò di peripezie...
"...Il sindaco vietò alla SAMIP, con ordinanza, di distruggere la strada su cui gravavano questi servizi di vitale importanza.
Il Prefetto non se la sentì di annullare, com'era solito fare, questo atto che fu come un diretto al mento della società mineraria. Crollò al tappeto e assegnò al sindaco un voto di centodieci e lode..."
E così si giunse alla chiusura della miniera...il sindaco allora era don Mario Vitiello, una persona perbene che aveva preso a cuore la sorte di quei ponzesi che abitavano in quella zona.
Una pagina dolorosa per Le Forna i cui resti sono ancora visibili, che attendono da quarant'anni una riconversione.
Un pò di foto che ho fatto durante la mia passeggiata.


Forte Papa e i resti di materiale minerario



Gli alberi di eucalipto



Sembra di stare nel deserto...in alto i resti del Forte Papa



Dalla miniera si vede il nucleo abitativo di Le Forna



Che mare azzurro!!!



Si vede il promontorio del Circeo...



Un angolo fantastico!

Nota:
Già nell'Ottocento si era a conoscenza di minerali nella zona di Le Forna. Ecco cosa scrive il Tricoli nella Monografia del 1855: " BIANCHETTO. Dopo del lavoro agricolo si distraggono i coloni alla manifatturazione della creta, bianchetto, insegnato loro dal sergente Cavone. Da grezzo che ricavano dalle miniere, la stemperano nelle aje che tengono presso le stesse, e messa in soluzione la materia si fa colare in altri alveari sottoposti, finchè restringe a calor di sole a divenir pastosa, onde ridurla a globbetti; lavorandone da due o tre mila cantaja l'anno, che smaltiscono alla capitale pei lavori di faenze. Molte sono le miniere in essa contrada, ma si decantano quelle di Peppeantonio, nonchè del Felìce pei filoni di creta vergine."
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