venerdì 21 febbraio 2020

San Silverio a febbraio

Nell'ultima domenica di febbraio all'isola di Ponza, in località Le Forna, viene festeggiato San Silverio.
In quella zona, un tempo, c'erano molti pescatori che andavano a pescare per lunghi periodi in Sardegna, in Toscana e in altre località e quindi non potevano festeggiare il loro Santo patrono, San Silverio, il 20 giugno.
Si pensò di istituire la festa di San Silverio dei pescatori, cosa che avvenne, mi pare, nel 1915, grazie a  don Francesco Sandolo, con il consenso dell'arcivescovo di Gaeta.
E fu scelta proprio l'ultima domenica di febbraio poco prima della partenza dei pescatori.
Oggi i pescatori sono diminuiti ma questa bellissima festa continua...
Bisogna fare in modo che queste belle tradizioni non si perdano.



San Silverio posizionato sulla barca



L'interno della chiesa



La statua di San Silverio nella chiesa di Le Forna


La chiesa dedicata a Maria Assunta in Cielo



San Silverio in processione

(Foto di Rossano Di Loreto, febbraio 2019)

Gran Santo protettore
Silverio venerato
il popolo adunato
a te s'inchina

mercoledì 19 febbraio 2020

Il pane all'isola di Ponza...un pò di storia

Quando ero piccola, a volte, prima di andare a scuola andavo a comprare il pane alla panetteria di Temistocle in Corso Pisacane dove c'è ora il negozio di Taba.
Una palatella (filoncino) costava 70 lire.
Temistocle, il fornaio, aveva il forno in via Corridoio, a due passi da casa mia.
Ricordo che, a volte, compravo per me anche un pezzo di pizza da portare come merenda a scuola.
Era buonissima!!!
A Ponza, un tempo, c'erano tante panetterie e forni come ci racconta Ernesto Prudente in un suo libro.
Ecco:
"...Nel recente passato Ponza aveva tanti e diversi panificatori: Maria a pustère (Maria la postina), con forno e rivendita all'inizio di via Corridoio, di fronte all'ingresso del "Portone di Pascarella".
Ciccillo Esposito con la rivendita di pane nei locali dove oggi c'è l'agenzia immobiliare Isotur, più avanti, sempre in Corso Pisacane, allora Principe di Napoli, c'era la bottega dove si vendeva il pane del fornaio Temistocle che panificava in via Corridoio.
Sempre camminando per il Corso Pisacane si incrociavano le panetterie di Biasièlle D'Arco, u fotografo, sulla Punta Bianca e poco più avanti quelle di Giovanni Ronca e di Giovanni D'Atri.
Quest'ultimo, in seguito, trasferì la sua attività di lavoro sulla Banchina Di Fazio.
Mi raccontava il figlio Gigino, coetaneo di Itilio, quindi vecchio, che con il trasferimento del forno in via Banchina nacque la pizza da vendere al pubblico.
Siamo nel 1960.
L'anno dopo a Ponza, sempre a detta di Gigino, videro la luce ben diciotto pizzerie.
Ancora più avanti panificava Maria Grazia Conte che vendeva direttamente il suo prodotto.
Un salto a Giancos per fermarsi, lungo la strada che porta a Le Forna, nel negozio della Russiella, dal colore rossiccio dei capelli, nonna dei tre nipoti, due sorelle e un fratello, che gestiscono, in comunione dei beni, con la partecipazione di collaboratori, l'emporio ed il forno.
Ai tempi della vera Russiella si panificava sopra Giancos, nella sua abitazione, dotata, come la maggior parte delle case ponzesi, di forno. Il marito trasportava con l'asino il pane da Sopra Giancos al negozio per la vendita al pubblico. Sul basto dell'asino aveva sistemato due grosse ceste, una per lato, per il trasporto del prodotto.
Mi raccontava la nipote che la vendita avveniva anche in forma ambulante: " il nonno si recava anche a Le Forna a vendere il pane".
"...Con un bel salto, da Giancos raggiungiamo Santa Maria dove in via Loggia panificava Generoso mentre in via Staglio vi era il forno di Bonaria a panettière, anche allora, e di quei tempi era tutto dire, ospitale oltre ogni limite. Una ospitalità e una accoglienza che ha trasmesso agli eredi, di cui approfitto continuamente.
Oggi è Peppe, figlio di Bonaria a panificare e a provvedere alla vendita.
Non bisogna perdere tempo, bisogna correre perchè dobbiamo raggiungere Le Forna dove: "Jnnare i Cìòmme" panificava e vendeva il suo prodotto a Calacaparra mentre "a Palummelle" e "Aniello i Ciaciane" panificavano nella zona della Piana, dove avevano anche il negozio per la rivendita.
Dopo la scomparsa di queste panetterie n'è nata una nuova sulla Chiesa, quella di Silverio Sandolo, che tuttora panifica e distribuisce il suo prodotto ai vari negozianti...
Oggi, in tutta l'isola, sono rimasti soltanto tre fornai che non riescono a soddisfare le richieste per cui si è costretti a rivolgersi al continente."
"...Dei quattordici fornai ne sono  rimasti solo tre.
Di quei tempi, erano decine e decine le case dove si panificava per le esigenze della famiglia. La quasi totalità delle famiglie contadine panificava in casa. Altro che quattordici fornai!"
Ernesto scrive ancora in un altro libro:
"...I vecchi come me ricordano l'antico sapore del pane fatto in casa, cotto nel forno a legna com'era costumanza di quell'epoca.
La qualità di pane che si faceva in casa doveva essere sufficiente per almeno otto-dieci-dodici giorni. Nessuno, allora, parlava di pane "tuoste". Quando in una famiglia il pane terminava prima del previsto si metteva mano alle "freselle", il pane biscottato.
La casa dove si panificava era dotata di tutta l'attrezzatura necessaria per la bisogna.
Un pensierino va al "criscete", il lievito. Era un  composto acidulo di farina impastata che veniva tolto dalla precedente panificazione.
Alla fine dell'impastatura, prima che si "arruotàssere" i "panièlle", pagnotta, e i "palate", filone, si toglieva un pugno di pasta che si metteva in un piatto per lasciarla inacidire e usarla per la prossima panificazione."
Altri tempi...ma anche questa è storia dell'isola.







La Ponza di un tempo...


Temistocle Curcio, il fornaio

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)



'A "palate" (filone) i pane

domenica 16 febbraio 2020

Un vecchio proverbio ponzese

Un vecchio proverbio ponzese recita così:

Ciènte niènte accedèttere nu ciucce (Cento niente ammazzarono un asino)

Il significato è questo:

Il peso di tante piccole cose ti schiaccia come successe a quel povero asino che fu costretto a crollare sotto il peso di centinaia di piccoli fagotti che ognuno depositava sulla sua schiena come roba di poco peso

Questo proverbio è tratto dal libro di Ernesto Prudente 'A Panje proverbi di Ponza



"Ciucce" (asino) dell'isola di Ponza

(Foto di Carlo Ponzi)

Nota:
' A panje è il galleggiante che segnala la presenza sul fondo marino di una coffa o di una rete. Ieri era un sughero oggi è una boa di plastica

venerdì 14 febbraio 2020

Una bella storia d'amore

Mio padre Ciro vide per la prima volta  mia madre Elvira da una sarta, Rosa Galano, dove diverse ragazze andavano ad imparare i rudimenti di cucito, come si usava un tempo.
Era importante che una donna sapesse usare l'ago e il filo, poteva servire nella conduzione della vita familiare.
Ciro rimase colpito dalla bellezza di Elvira!!!
Lei aveva appena diciassette anni, occhi azzurri, capelli neri, fisico sottile...veramente bella.
Fu un colpo di fulmine!!!
Come fare per avvicinarla???
Elvira abitava ncòppe i' Cuonte e sua madre, nonna Assunta, era molto severa...era difficile...e poi i tempi erano quelli che erano.
Ciro aveva paura che qualche altro ragazzo potesse mettere gli occhi su Elvira...
In effetti aveva ragione...
Si fece coraggio e scrisse una lettera a nonna Assunta dichiarando le sue intenzioni serie verso Elvira.
Mia madre quella lettera non l'ha mai letta perchè nel frattempo era andata a Ventotene da sua sorella Olga.
Elvira quando ritornò a Ponza fu rimproverata aspramente da sua madre che immaginava chissà quale tresca...ma lei non sapeva veramente nulla.
Dopo tante peripezie riuscirono ad incontrarsi, a innamorarsi, e non si sono più lasciati.
Il loro sogno d'amore è stato allietato dalla nascita di cinque figli.



Il giorno del matrimonio di Ciro ed Elvira, era il 18 settembre 1947



I miei genitori, mia sorella Olimpia, io, piccola di pochi mesi, in braccio a mamma Elvira

(Foto dall'album di famiglia)

Mano nella mano
abbiamo attraversato
i continenti di questa terra, 
ma nessuno era vasto
come il mio amore per te.
Insieme abbiamo navigato
tutti gli oceani,
ma nessuno era profondo
come il mio amore per te.

Wilbur Smith

mercoledì 12 febbraio 2020

La posa dei cavi telegrafici a Ponza nel 1887

Nel 1885 il governo italiano stipulò con la Pirelli un contratto per la costruzione e la manutenzione di cavi telegrafici ma anche l'allacciamento di alcune isole, tra cui Ponza, con la terraferma.
La Pirelli costruì uno stabilimento per il rivestimento dei cavi a San Bartolomeo vicino La Spezia.
Nel cantiere Thompson venne costruita la nave cablografica Città di Milano che doveva posare i cavi sottomarini.
La nave iniziò il suo servizio il 1 giugno 1887 e naufragò a Filicudi, nel 1919.
Per la posa di atterraggio dei cavi sottomarini si sceglievano delle baie riparate.
Una pagina di storia ponzese...


La nave cablografica "Città di Milano" nella rada di Ponza



La posa dei cavi a Santa Maria, 1887



A bordo della nave "Città di Milano" durante la fase di atterraggio dei cavi

(Le ultime due foto sono di Ernesto Del Grande, Biblioteca Sormani, Milano)

domenica 9 febbraio 2020

L'isola di Zannone attraverso il racconto di Mario Tozzi

Il geologo Mario Tozzi nel suo libro L'Italia intatta oltre a descrivere l'isola di Palmarola scrive anche di Zannone.
Ecco cosa la  sua descrizione:
"...Abbiamo successivamente dato àncora al battello oceanografico nella baia meridionale di Zannone. L'isola fa parte del Parco nazionale del Circeo e oggi la possiamo considerare intatta: le visite sono solo guidate oppure ristrette a ricercatori e operatori dell'informazione. Ma Zannone ha tracce antichissime della mano dell'uomo, fin dai Romani e anche prima. Approdando a remi al Varo si nota subito una peschiera romana (ce ne sono in tutte le isole Ponziane) e qualche residuo di opera di canalizzazione dell'acqua di epoca imperiale:  l'approvvigionamento idrico è sempre stato un problema per queste isole. I Romani antichi lo risolvevano come si fa ancora oggi, portando l'acqua con bettoline e innalzandola a pressione nei serbatoi di raccolta in quota, da dove poi veniva condotta per ricaduta. Quando però il numero degli abitanti è cresciuto, l'acqua non bastava più, così a Ponza hanno iniziato a costruire i tetti delle case in modo da convogliare e raccogliere l'acqua di pioggia in cisterne. Come forse si dovrebbe comunque fare. Peraltro, a Ponza l'idro-archeologo Leo Lombardi ha rinvenuto opere di conduzione dell'acqua così importanti da far ritenere che sull'isola si rifornisse parte della flotta imperiale romana. C'è addirittura una delle pochissime dighe romane che si sia conservata in Italia, oggi quasi irriconoscibile fra la vegetazione, che sbarrava il torrente Giancos, nella baia del porto.
Dal Varo mi sono arrampicato sul sentiero che conduce alla villa oggi diventata Casa del Parco. Il panorama dal porticato è magnifico: il monte Circeo a est, le altre isole a ovest, il Tirreno che avvolge tutto. Dentro la villa tracce di un lusso spartano che, sulle prime, non riuscivo a spiegarmi. Per esempio la doccia fatta con eleganti innaffiatoi di zinco da tirare con una corda legata al manico. Una villa molto grande e tutto sommato confortevole in un luogo così isolato.
Perchè? Riaffiora qui una vecchia storia che fece scandalo a suo tempo: questa villa fu ottenuta in affitto dal marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, erede di una antica famiglia milanese, negli anni Sessanta del Novecento, dopo che aveva preso in sposa Anna Fallarino."

"...La villa giace oggi in un degrado fra mirti, cisti ed eriche. Nella macchia bassa si riconosce la ginestra efedroide, una specie endemica circumtirrenica che si ritrova anche in Calabria e in Sicilia settentrionale, come a segnare un collegamento vegetazionale e climatico. Resta poco dell'originaria foresta che ricopriva tutto l'Arcipelago ponziano, disboscata a partire dai Romani: lecci e allori al Cavone del Lauro sono una delle ultime testimonianze di quel mondo devastato.  I ratti hanno contribuito al degrado: arrivati con le imbarcazioni, hanno finito per predare le uova delle berte maggiori, uccelli marini che avevano fatto di Zannone la loro base. Fino ad azzerarne le nascite. Di sera il verso delle berte risuona fragoroso e accorato: sembra un urlo umano, tanto che questi uccelli vengono chiamati anche Diomedee ( Procellaria diomedea), in quanto, secondo gli antichi sarebbero state le anime degli abitanti delle isole Tremiti, scacciati dagli Illirici dopo la morte di Diomede e trasformati da Afrodite in uccelli per vegliare il sepolcro del re. Non so perchè, a Zannone mi sembra un urlo disperato di dolore."



Dall'isola di Zannone si vede Ponza



Panorama dall'alto



Dietro la villa ci sono i ruderi del monastero di Santo Spirito



Il faro di Capo Negro




Tra i ruderi la vegetazione

( Le foto sono di Enza Pagliara)

Nota:
La berta nel dialetto ponzese viene chiamata parlànte.

venerdì 7 febbraio 2020

U zamprevite

La pianta di zamprevite nel dialetto ponzese è l'agave.
Un tempo a Ponza c'era, ma forse c'è ancora, l'usanza di tenere la pianta di zamprevite fuori la porta di casa per proteggerla dal malocchio.
Con le radici di questa pianta insieme a quelle di canna si preparava un decotto da usarsi contro lo scorbuto.




U zamprevite

(Immagini reperite in rete)

Nota:
Lo scorbuto è una malattia dovuta alla carenza di vitamina C

mercoledì 5 febbraio 2020

Un mollusco predatore nei nostri mari

La Natica è un mollusco gasteropode predatore di altri molluschi. E' un trapanatore cioè pratica un foro ai molluschi per predarli.
Dopo averli immobilizzati, trivella la conchiglia aiutato dalle sostanze acide che produce creando un foro da cui preleva la parte molle.
Impiega in questa operazione ore ma poi finalmente la Natica può gustare il suo pasto.
La troviamo nei nostri mari e possiamo dire a questo punto che la predazione diventa un'arte.
Il nome Natica significa nuotatore.


Conchiglie di Natica che ho raccolto sul litorale romano



I fori provocati dalla Natica

(Immagine reperita in rete)

domenica 2 febbraio 2020

Il dialetto ponzese

Quando arrivarono a Ponza i coloni verso la metà del '700 portarono nell'isola il loro dialetto, le loro tradizioni, il loro modo di vivere, insomma la loro cultura.
I primi, prevalentemente contadini, giunsero da Ischia e si stabilirono nella zona in cui poi fu costruito il porto, fino alla vallata dei Conti.
I secondi, soprattutto pescatori, venivano da Torre del Greco invece nella parte settentrionale dell'isola, Le Forna.
I dialetti erano simili, differivano in alcune parole e cadenze.
Quella era la vera Ponza, oggi il dialetto si parla pochissimo ed alcuni termini si stanno perdendo.
Stiamo dissipando il grande patrimonio culturale della nostra isola.
Eppure il dialetto è la lingua di ognuno di noi attraverso il quale riusciamo ad esprimere ciò che proviamo ma allo stesso tempo ci riporta indietro nel passato.
Basta una parola e nella nostra mente riaffiora un ricordo...
Il dialetto è l'anima di un luogo che può essere Ponza ma anche altro.
Ogni tanto nei miei post cerco di inserire qualche parola in dialetto proprio per farla ricordare






La Ponza di un tempo

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)
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