Questo scritto è un omaggio a Palmarola, isola sospesa tra mare e cielo, dove la natura si intreccia con la fede e il ricordo.
Attraverso descrizioni vivide e una voce personale, si racconta l'esperienza di una salita rituale al Faraglione di San Silverio - tra fondali cristallini, saraghi antichi e cieli trapunti di stelle.
Un cammino rinnovato ogni anno, memoria viva di un legame profondo.
Una rotta interiore che s'eleva, silenziosa e fedele.
DIARIO DI BORDO - Palmarola, faraglione di San Silverio.
E' un luogo magico delle isole Pontine, sopra e sotto.
Quel ritaglio in cui si specchia è singolare. Le acque azzurre e cristalline permettono di contare i massi sul fondo, mentre onnipresenti occhiate sembrano volare sotto la barca. Ma è più profondo il vero incantesimo.
Fin dalla notte dei tempi, dimora qui una colonia di saraghi XXL , da generazioni. Si osserva questa ridda di bei pesci apparentemente errabondi che, con indole superba, carosellano a poche spanne da un fondale di dieci metri. Sicuri di sè, astuti, quasi invincibili: anche il subacqueo più avvezzo, in una tenzone di contrapposti istinti, avrà successo solo con una buona dose di fortuna.
Il substrato è una franata millenaria, , saldata e compattata, che presenta crepacci, caverne e pozzi d'ingresso ridotto, simili a vulcani di fumarole. Questi sfociano in un dedalo di catacombe inviolabili. Sicuri del loro fortino sotterraneo, i pinnuti vi risiedono stabilmente, beffandosi del pescatore più ostinato.
A pochi metri s'erge il Faraglione, collegato all'isola da un sottile istmo.
Vi si accede dal mare, risalendo gli scogli ai suoi piedi immersi. Una scalinata malmessa conduce a una piccola area con un altare in pietra, dove, durante le celebrazioni del Santo nel mese di giugno, il parroco di Ponza benedice tutte le imbarcazioni che, piamente, vi si recano.
La salita continua, poco segnata dai continui pellegrinaggi di umani e capre. E' erta, petrosa, tra gli arbusti indigeni e qualche sorpresa: lacerti endemici che sfrecciano tra le rocce.
Non senza fatica si arriva in cima, dove, sul picco , si trova l'edicola con la statua del Santo, alcuni ex voto, elemosine e un quaderno dove lasciare memoria della visita: una preghiera , una promessa.
Dall'alto, il panorama è doppio.
Verso nord, la costa regala la vista della marina - cala storica di vita vissuta coi locali - , i due scogli delle Galere e, oltre, i due isolotti dei Piatti.
Verso sud, si apre come un palcoscenico tutta la piana del Viaggio , poi lo scoglio Pallante, sino al Faraglione di Mezzogiorno.
E in alto, di notte, il cielo.
Le stelle ci appaiono così vicine che sembra di toccarle: Mizar, Vega, Shedir, Altair, Deneb, Arcturus, Rigel, Sirio...
Compagne silenziose del marinaio, lo accompagnano in pensieri e poesie.
Per questa salita erta, con i dardi fiammeggianti del sole, scalzo su queste pietre arroventate, a te devoto, arrivo San Silverio, e lascio una preghiera per quei conoscenti, quegli amici, quei parenti troppo presto a te involati. Amen.
Questo piccolo monte lo arrampichiamo ogni anno, quando siamo ospiti di Palmarola. A piedi nudi, per scelta e per omaggio. Compito non facile nelle ore centrali, ma - per aspera ed astra - così decidemmo fin dalla prima esperienza giovanile , quando i bisnonni degli attuali saraghi erano più distratti all'arpione.
Sulla rotta del cuore, verso l'alto.
(Questo omaggio all'isola di Palmarola è stato scritto da Andrea Valenti (Andrew D Val su FB) che ne ha concesso, gentilmente, la pubblicazione)




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